La difficile arte della scrittura, oggi

Avete mai la sensazione, entrati in una libreria, di essere pervasi dagli stimoli e non sapere dove cercare la vostra prossima lettura? Questa sensazione io la provo spesso e mi rimanda chiaramente ad un dato: esistono davvero tanti libri nel mondo. Tanti sono stati scritti in passato, ancora di più ne vengono scritti oggi, con la diffusione dell’istruzione pubblica, in Italia come in tutta Europa e nel mondo. Pensate a quante parole, quante righe di testo, quante pagine esistono, scorrono sotto i nostri occhi. Per me è una sensazione soverchiante, mi sento letteralmente travolto da questa idea, che mi balena nella mente come un’onda in mare aperto. Dunque, alla luce di questo, è davvero difficile pensare di fare della scrittura un’arte e un mestiere insieme. Molti scrittori di grande successo sono anche altro, ad esempio impiegati, professori, divulgatori scientifici, professionisti, influencer e così via. Darsi da mangiare con la penna, in poche parole, è ormai quasi impossibile. Le case editrici raramente si assumono il rischio di valutare e pubblicare un nuovo manoscritto di un autore o autrice poco nota, se non del tutto sconosciuta. Emergere è quasi impossibile in mezzo al mare magnum di racconti, romanzi, saggi, pamphlet e via dicendo. Infine, cosa più grave di tutte, moltissime persone scrivono ma sempre meno persone leggono.

Oggi la scrittura è forse principalmente un hobby per chi, come me, ha studiato per metà della sua vita e letto per gran parte della stessa una quantità abbastanza importante di libri, sicuramente di molto superiore alla media nazionale. Eppure io sento che scrivere è la cosa che mi viene con più naturalezza, è il modo in cui sento di poter condividere, è il mio mezzo per mostrare ciò che mi porto dentro, per dire “io sono questo”. Le parole sono importanti, ancora più importante è usarle bene. Ma che significa bene? Chi definisce lo standard? Tanti fattori possono incidere, sicuramente la morale del tempo in cui viviamo: anche se non scritta ed esplicitata può essere spietata, censurando ciò che esprimiamo attraverso i suoi censori, che in fondo siamo sempre noi. E anche se l’opinione pubblica non esiste più, come la società, la pubblica opinione, che è quel sentimento diffuso e che oggi corre attraverso i canali social, alimentandosi sempre più grazie al meccanismo malato dell’algoritmo, può colpire e fare male anche sulla base di false notizie o cattive interpretazioni. Le parole in circolazione oggi sono tante, sulla bocca di molti che forse farebbero bene a pensarci un secondo di più prima di straparlare. Fare ecologia delle parole non significa ammutolirsi, significa assumersi una responsabilità.

Uscire dalla distopia dei super ricchi

Oggi, 10 agosto 2026, attraversiamo la peggiore estate della nostra vita. Il riscaldamento delle temperature in tutta Europa sta seccando laghi e fiumi, condannando alla siccità molte regioni e cogliendo impreparati governi e comunità locali. Molti perdono la vita per effetto del caldo: i più fragili, gli anziani, ma anche i lavoratori che sono costretti ad affrontarlo senza tutele, manovalanza sacrificabile sull’altare del progresso capitalista. E questo progresso cosa prevede? Il mercato deve fagocitare tutto, a tutto deve dare un prezzo, anche la catastrofe climatica e i suoi rimedi da supermercato: se quel tutto te lo vuoi permettere devi vendere l’anima al diavolo, lavorare fino a sfiancarti, calpestare il tuo vicino, pensare solo e sempre a te stesso, potendo fare tutto questo dal tuo smartphone dotato della più progredita forma di intelligenza artificiale, seduto comodamente sotto l’ombrellone. E intanto la temperatura sale, l’acqua diminuisce, la salute delle persone che per vivere devono lavorare peggiora, ma chi se ne importa! Ci penserà AI a salvarci.

E mentre noi ci facciamo travolgere da tutto questo senza sapere dove sbattere la testa, l’Europa intera è impantanata nelle guerre che la circondano, costretta dal ricatto della difesa delle democrazie dagli autocrati alla Putin, ma solo se quegli autocrati non sono suoi alleati, ovviamente. Altrimenti ogni abuso e sopruso è concesso. Vedi Stati Uniti e Israele. Insomma, tutto cambia perché nulla cambi: l’unica cosa che cambia davvero è il clima e condannerà sicuramente i cittadini del Vecchio Continente ad un triste e lento declino, come un bella manciata di molluschi freschi che piangono nella pentola, mentre la temperatura dell’acqua sul fuoco sale sempre di più. Ma ancora una volta c’è chi ci dice che il problema sono i neri, gli africani, i migranti che assaltano le nostre coste, quindi la mancanza di sicurezza delle nostre strade. E anche quando pensiamo di essere immuni a sta roba, ci dimentichiamo che ogni giorno regaliamo il nostro intelletto e i nostri sentimenti ai social network, altro strumento del più spietato e famelico capitale. Non pensare al cambiamento climatico che sta distruggendo la tua vita, alle diseguaglianze, alle ingiustizie, alla violenza di Stato, alle guerre per cui spendiamo sempre più denaro pubblico, guarda l’ultimo reel del tuo influencer preferito, probabilmente un sottosviluppato che si è inventato un nuovo modo per umiliare il genere umano. E se proprio non riesci a star lontano dalle tragedie e persino sui tuoi canali social scegli di essere bombardato dalle catastrofi, abbiamo reso anche queste uno spettacolo, un intermezzo rilassante da gustare sul cesso dopo una mangiata pantagruelica.

Forse a furia di ripetere che la realtà è diversa, che non è quella che ci fanno bere ogni giorno, prima o poi spezzeremo la distopia in cui ci costringono a vivere i super ricchi, gli unici a godere davvero di questo stato di cose.

Buona estate.

Francesco G.

“Vedi cara, è difficile spiegare, è difficile capire, se non hai capito già..”

Francesco Guccini ci ha lasciato ieri. Tutta l’Italia lo piange. Raggiunge i più grandi esponenti della nostra musica: l’elenco lo conosciamo tutti e lo leggiamo ovunque, ve lo risparmio. Lo recitiamo come un rosario, come tutti i santi. Risuona dentro di noi.

Io sono estremamente triste, perché ho la sensazione che con quest’uomo straordinario si chiuda per sempre un’epoca: lui era l’ultimo esponente di una storia che vide Bologna, così come poche altre città in Europa, diventare il palcoscenico straordinario di una meravigliosa tragedia. L’epopea di chi ha creduto che ci fosse spazio per un mondo fatto di piccole cose, di condivisione, di passione civile, di solidarietà, di lotta e di vizi goduti nelle taverne o nei piccoli appartamenti del centro, nel silenzio della notte o nel pieno di un concerto popolare. Lungo le strade, nei cortei, sotto i portici, via radio o dall’alto dei colli noi abbiamo creduto e abbiamo goduto.

Si può fare musica, riempiendo di contenuto e di profondità le parole. Si può fare politica, restando saldamente aderenti ai propri principi e senza svendersi al mercato.

Noi credevamo, noi abbiamo vissuto gli ultimi anni di quella Bologna. Oggi il mondo è cambiato, niente più botteghe e taverne, niente più passione civile disinteressata, niente più utopia, niente più fantasia al potere. Ma noi ci abbiamo creduto, abbiamo visto che era possibile tra le quattro mura e le dodici porte del Liber Paradisus. Quel paradiso ce lo portiamo dentro per sempre.

Gli eroi sono tutti giovani e belli, per sempre, Francesco.

Ma quale disagio giovanile?

Premessa, classica e tipica in questi casi: io non sono un educatore, non ho studiato né ho sviluppato alcuna professionalità a riguardo. Eppure, negli anni, ho assunto in più situazioni un ruolo di carattere pedagogico nei confronti di bambini e adolescenti, maschi e femmine, di diversa origine ed estrazione sociale. Ho cresciuto un fratello più piccolo e i suoi svariati amici, ho fatto l’animatore estivo volontario per molte estati consecutive nel campo solare della parrocchia del mio quartiere, ho allenato squadre di calcio giovanili delle periferie, ho lavorato in una comunità penale minorile e ho avuto altre piccole esperienze a contatto con i più giovani. Infine, sono stato ragazzino anche io, cosa che ha un peso significativo quanto più la tua infanzia è stata vissuta lontana dagli agi e dalle comodità della buona borghesia del centro città. Venendo dai quartieri ho poi avuto accesso a questi stessi ambienti appena citati grazie alla mia ferrea volontà di frequentare il liceo classico. Quella è stata la mia più grande fortuna, la porta di accesso ad un mondo di maggiori stimoli, maggiori opportunità e grandissima apertura culturale. Infine, l’università ha completato la mia formazione con la felice complessità e la fitta ramificazione di interconnessioni di reti sociali tra le più disparate, andando ulteriormente ad allargare i miei orizzonti. Insomma, io il piccolo universo bolognese lo conosco tutto, conosco tutte le sue sfumature e le sue criticità. Conosco i quartieri e il centro: il disagio, la povertà, l’emarginazione ma anche la ricchezza, il lusso, le comodità e i vizi della borghesia.

Quando ero piccolo si narrava delle gesta della bande giovanili, gruppi di scapestrati che tra la Barca e il Pilastro se le promettevano e se le davano di santa ragione. Sulla mia pelle, posso dire che sono stato bullizzato in tutti i contesti della mia infanzia che ho frequentato. Tutti. Non se ne salva uno. Dalle scuole elementari alle medie passando per le attività sportive pomeridiane, i giochi nei parchi del quartiere, le partitelle di pallone al campetto. Ovunque ero preda dei bulli, perché ero piccolo, abbastanza silenzioso e introverso, fragile sicuramente. Sono stato umiliato in molti modi, sono stato picchiato in cortile durante la festa delle scuole medie da un bullo che mi ha perseguitato per molti mesi, anche fuori da scuola. Fino a che non ho chiesto l’intervento di mio padre non si è placato, a quel punto ha capito che mi ero arreso: il coinvolgimento del genitore significava che il bullo aveva ottenuto il risultato che voleva, terrorizzarmi a morte. Una sorta di codice non scritto. Da quel momento, tra l’altro, cambiò totalmente atteggiamento, divenne quasi protettivo. Infine, io ho conosciuto da vicino il disagio vero, che nel mio quartiere era rappresentato da una famiglia nello specifico, di cui non scriverò nessun riferimento per rispetto: ogni tanto li vedo ancora passare, anche se un componente è sparito da un pezzo. Con i miei occhi ho assistito alle scene più raccapriccianti che riguardano i componenti di questa famiglia, cose difficili da raccontare. Insomma, ho parecchio pelo sullo stomaco. La violenza nella mia esistenza non è mai mancata, il disagio quello vero l’ho vissuto sulla mia pelle. Sapevo i posti in cui si poteva e non si poteva andare a seconda dell’orario, sapevo da chi stare alla larga e chi “rispettare”. Non serviva la trap, i social, il dissing di turno, bastava il cortile fuori da scuola, il parco, la piazzetta. Ci conoscevamo tutti, direttamente o indirettamente. Le leggende correvano sulla bocca di tutti. Le vicende più assurde venivano bisbigliate alla presenza di questo o quello. Le ragazze più belle del quartiere erano l’oggetto del desiderio ma anche del giudizio, ammantate di un fascino proibito e peccaminoso. I ragazzi di seconda generazione dei quartieri, che quando ero cinno io erano principalmente albanesi e rumeni (oggi perfettamente integrati), si contavano sulle dita d’una mano e tutti sapevano quelli che comandavano nel giro delle loro amicizie. Avrei da dire e raccontare talmente tante cose che potrei scrivere un racconto a riguardo, ma andiamo al punto.

Nonostante queste esperienze devastanti per la psiche di un bambino (infatti ne porto i segni ancora oggi), seppure molto formative, io non ho mai e dico mai avuto paura che qualcuno mi accoltellasse in mezzo alla strada. Non ho mai temuto di essere accerchiato da cinque, dieci o più miei coetanei e picchiato senza motivo, derubato di quel poco che avevo. Tutte le situazioni che ho vissuto e visto avevano un contesto, una logica per quanto assurda e degradante. Nella difficoltà, nel dolore, nella noia, nell’assenza di stimoli che certe persone hanno vissuto a poche centinaia di metri da dove vivevo io, queste stesse persone non hanno mai trovato la giustificazione ai loro comportamenti, non hanno mai passato un certo segno. E vi assicuro che alcuni erano cattivi e incazzati: ancora una volta evito di raccontare storie per rispetto, ma certi regolamenti di conti sono ormai mitologia del quartiere.

Quando leggo le notizie sulla criminalità minorile di oggi capita ogni tanto che mi imbatta anche in certi commenti buonisti e privi di ogni fondamento: questi ragazzi andrebbero capiti, accolti, amati, perché non sono cattivi, sono solo fragili, spinte in errore dalla durezza delle loro vite. Voglio dirlo forte e chiaro, senza fraintendimenti: non c’è nessun disagio da sfogare nel girare col coltello e tirarlo fuori alla prima mezza occasione! Non c’è nessun disagio da guarire se si concepisce la strada come un’arena in cui tutto è concesso, imponendo la legge del più forte tramite la violenza fine a sé stessa! Non c’è nessuna giustificazione verso chi ferisce a morte o provoca danni irreparabili a propri coetanei, a donne anziane, ai genitori di un rivale, a uomini e donne incontrati per caso, magari in cinque o in dieci contro uno! Non c’è nessuna emarginazione da cui fuggire quando si attacca sempre e solo chi è più debole! Non c’è nessuna cattiva cultura delle relazioni se si commettono violenze sessuali e stupri di gruppo! Tutti questi sono solo l’esempio di arroganza, vigliaccheria, maleducazione, disprezzo per l’altro e per sé stessi, criminalità comune e volgarità! La devono smettere di trovare sempre una scusa buona per tutelarli! La devono smettere, soprattutto se hanno ruolo nelle istituzioni, di passare dalla repressione dura e pura al pietismo e al buonismo. In mezzo c’è un mare ed è lì che risiede la migliore interpretazione contro questa gente. A volte non c’è nient’altro da fare o da dire se non punire severamente agendo preventivamente, perché le forze dell’ordine hanno tutti i mezzi per bloccare certi soggetti prima che commettano danni. Li conoscono perfettamente e, come dimostrato di recente, con un’efficace azione di controllo si possono intercettare e fermare prima che commettano altri danni irreparabili. Queste persone, questi ragazzi, hanno il culto della violenza e sono ormai troppo grandi per essere rieducati: o lo capiscono con le “buone” e si raddrizzano con un discreto sforzo di buona volontà o bisogna andarci giù pesante, senza sconti e senza giustificazioni, perché sono estremamente pericolosi e non possiamo rischiare che altre vite, oltre a quelle che hanno già incrinato, ci vadano di mezzo. Non è possibile che chi se ne deve occupare ne faccia un discorso di etnia (quindi un discorso razzializzante a priori) o, viceversa, analizzi sempre tutto con la lente del disagio sociale e dell’empatia. Non c’entra assolutamente nulla la provenienza delle famiglie, ma non credo neppure che questi ragazzi abbiano provato empatia quando hanno accoltellato, storpiato, ucciso o stuprato le loro vittime. Perché dovremmo provarne noi per loro? Per queste persone purtroppo non si mobilitano le piazze, perché vengono considerate vittime meno importanti, come se la distruzione delle loro vite fosse un danno collaterale del sistema malato in cui viviamo. Tutti viviamo in quel sistema, tutti patiamo le storture che ricadono sulla nostra pelle, ma non tutti giriamo armati, pronti a qualsiasi cosa pur di dimostrare di essere i più forti. E, soprattutto, nessuno merita di finire oggetto della violenza di queste merde impunite. La loro incultura e i loro disvalori sono associabili a quelli delle prime squadracce fasciste, sono camicie nere senza indottrinamento e senza ideologia alle spalle, per questo probabilmente ancora più pericolosi. Come tali vanno trattati.

Sopravviviamo

Ogni giorno in Italia noi sopravviviamo: al costo della vita, ai salari bassi, all’inflazione, alla precarietà, alla privatizzazione del welfare e dei servizi, al cambiamento climatico, al caldo estremo, alle grandinate improvvise. Noi sopravviviamo alla cattiva politica, ai ponti che crollano, ai treni in ritardo di anni e anni, all’aria malsana, all’acqua che è sempre meno. Noi sopravviviamo al razzismo, alla violenza di Stato, all’omotransfobia, all’aggressività e alla maleducazione dei superbi, alla stupidità, alla crassa ignoranza, al fanatismo religioso, al vittimismo autoassolutorio, alla mancanza di responsabilità e senso del pudore, all’odio di classe al contrario, al nichilismo, alla perdita dei valori e della tradizione in nome di un progresso che non è affatto tale. Sopravviviamo a chi ci dice che siamo dei fannulloni, a quelli che parlano di “fuga dei cervelli”. Sopravviviamo a Sal Da Vinci che conquista Sanremo con una canzone bruttissima (a mio modesto parere, non me ne voglia Sal che mi sta pure simpatico), sopravviviamo ad un movimento sportivo, quello calcistico, che per me è perfetta rappresentazione del paese che siamo (è una mia fissazione, scusate). Sopravviviamo ai cultori del positivismo, per cui ciò che ci sarà domani sarà sempre meglio di ciò che c’era ieri, sopravviviamo ai nostalgici del Duce e della Decima Mas, che io proprio non li capisco e non riesco nemmeno più ad arrabbiarmi. Sopravviviamo agli incendi dolosi, alle rapine all’arma bianca, ai terroristi che si lanciano con le auto sulla folla, ai cretini che inondano il web con i loro contenuti decisamente discutibili. Sopravviviamo, per ora, a chi dice che abbiamo un nemico, la Russia, la Cina, l’Iran o chi per loro, e aggiunge che ci dobbiamo armare e dobbiamo difendere i nostri valori, il nostro stile di vita. Sopravviviamo, per ora, a quelli che parlano già di una guerra inevitabile. Sopravviviamo all’industria bellica e alla speculazione finanziaria.

Noi sopravviviamo, sì, però è molto faticoso.

Sopravvivere stanca.

Il prezzo della libertà pt.2

Come ho già avuto modo di scrivere in questo blog, la libertà ha un prezzo: la solitudine. Più siamo liberi più siamo soli. La libertà che le nostre società inseguono, o meglio spingono gli individui ad inseguire, è proprio questa: conquista la possibilità di fare tutto ciò che ti pare smettendo di avere bisogno degli altri. Il mezzo sono i soldi, il successo, la notorietà. Ma è un inganno, perché quel tipo di libertà è fugace e autodistruttiva, oltre che moralmente e materialmente inaccettabile. E’ il modo in cui chi comanda mantiene lo status quo: venderci la favoletta dell’individualismo come la migliore strategia per il progresso della comunità, quando è vero esattamente l’opposto.

In realtà, in Europa e in Italia, non è questo il tipo di libertà che possediamo: non abbiamo la possibilità di fare tutto ciò che desideriamo conquistando il successo e il potere, tra poco spiegherò il perché, quanto piuttosto la libertà di scegliere fino a che punto accettiamo di pagare il prezzo della solitudine in cambio della libertà. Mi spiego.

In Italia lo Stato è padre padrone, punisce severamente i deboli, chiude un occhio coi forti, vuole comandare sulle nostre vite, sui nostri corpi, sul nostro tempo, trattandoci come bambini incapaci, mentre spesso manca colpevolmente nel ruolo di cura, sostegno ed educazione alla cittadinanza. Questo perché noi elettori per primi votiamo forze politiche che si comportano esattamente così, che legiferano secondo questa chiave di lettura, che non ci trattano come i depositari del potere politico ultimo che noi deleghiamo alla classe dirigente, ma come dei servi sciocchi che vanno in parte ammansiti e in parte bastonati. Un modello di Stato per me molto inquietante e malato, che ha ripercussioni gravi innanzitutto sulla salute mentale della nostra società.

Dunque, non siamo liberi di inseguire felicità, fama, successo mettendo in gioco le nostre capacità, i nostri talenti e le nostre ambizioni. L’ascensore sociale si è rotto: 99 volte su 100, chi oggi è ricco e vive una vita fatta di benessere lo deve al fatto di essere nato in una famiglia ricca e vissuta nel benessere. Quello che gli elettori-lavoratori fanno quando vanno a votare, oggi, è piuttosto scegliere il loro aguzzino di turno. Oggi c’è il generale Vannacci sulla cresta dell’onda, che incarna perfettamente il modello dello Stato che è padre e padrone delle nostre vite, lo sentite chiaramente nei suoi discorsi. Lui pensa di sapere cosa è più giusto per tutti e tutte noi e chi non si adegua verrà sistemato. Come diceva Mussolini, le masse sono come le donne, desiderano essere possedute e domate. Questa è la concezione che incarna il generale, non ne fa certo mistero.

Per concludere, quindi, la libertà che noi oggi esercitiamo è quella di scegliere quanta libertà concedere a noi stessi tramite l’intercessione della (cattiva) politica: in Italia normalmente preferiamo incatenarci da soli, votando gente che professa e applica la visione dello Stato padre padrone, fondato sulla sfiducia negli elettori-lavoratori.

Maggiore è il grado di libertà che scegliamo, maggiore sarà il grado di solitudine, ma noi italiani siamo dei mammoni con modelli relazionali tossici, preferiamo avere qualcuno che ci consideri anche trattandoci male piuttosto che sentirci soli (certo, l’alternativa migliore sarebbe un’altra). Qualcosa forse sta cambiando nelle nuove generazioni, che scelgono più facilmente la solitudine e la libertà piuttosto che la gabbia, seppur dorata.

Maggiore libertà, dunque maggiore solitudine, dunque maggiore responsabilità: tuo il corpo, tua la scelta, tue le conseguenze, per riassumerla. Una dimensione della libertà che, ad esempio, molte giovani donne professano e pretendono ma che non si vogliono accollare del tutto. Parlo della mia esperienza personale, in questo caso, non è un giudizio politico o morale sull’intero genere femminile. Diciamo che l’educazione alla libertà derivante dal femminismo, che ha enormi meriti e pregi come ideologia, non sempre arriva a completare la sua opera in alcuni soggetti femminili, le quali si appropriano dei benefit senza volersi sobbarcare anche i costi. E chiudo qui la parentesi polemica.

Io, per me stesso e per tutte noi, auspico uno Stato che sia un aiutante, un co-protagonista, un supporto e una tutela. Sono disposto a scambiare un pizzico di libertà soltanto per la sicurezza che può e deve darmi un forte stato sociale, uno Stato che metta al centro la cura e non la repressione. Uno Stato composto da funzionari che comprendano il mandato provvisorio e l’alta responsabilità della delega che hanno ricevuto da noi, il popolo sovrano, che non se ne approfittino e agiscano con disciplina e con onore.

Il mondo a due cifre

Il mondo è organizzato sulla base di un codice binario: o sei 0 o sei 1. O sei da questo lato della staccionata o sei dall’altro lato. Tutto dipende dalla nascita, dal tuo codice genetico, dalle tue capacità innate e dalla possibilità di svilupparle. Ma soprattutto dipende dagli strumenti che hai o che ti vengono trasmessi per stare dentro a questo sistema. Dunque da quella che oggi viene definita “salute mentale”: un comportamento funzionale alla propria autoconservazione e promozione. Se assumi la mentalità del brand e pensi soltanto al tuo personale successo, in alcuni casi riesci a valicare quel muro, passando dall’essere uno 0 ad un 1. Per farlo, devi piegarti alla logica del sistema. Ma questo non basta: oltre a piegarti alla logica del sistema, che in realtà il più delle volte ha tutto l’interesse a mantenerti 0 sfruttando i tuoi sogni e le tue ambizioni, facendosene beffe, devi anche saper diventare più furbo e spietato dei tuoi potenziali competitor, in un mondo a risorse finite. L’unico settore a risorse infinite è la finanza speculativa, in cui negli ultimi anni moltissimi privati cittadini, anche provenendo dal mondo 0, si stanno cimentando, in alcuni casi con grande successo. E la finanza speculativa è la cosa più distruttiva che esista. Per questo è un fiorire di mental coach e via dicendo. L’unica cosa che conta, se nasci 0 e non ci vuoi morire, è prevalere con ogni mezzo. Al di là di vecchi codici morali o di principi del buon vivere, perché la sola nuova morale è la seguente: se ce la fai, a prescindere da come ci arrivi, hai ragione tu.

Esistono le eccezioni, certo. Esistono casi di persone che vivono serenamente la propria vita da 0, esistono i casi persone che vivono con senso di responsabilità la propria vita da 1. Esistono casi in cui chi passa da 0 a 1 in maniera fraudolenta viene beccato e punito dalle istituzioni. Esistono molti più casi di soggetti 1 che fanno le peggiori porcate e non ne pagano mai il prezzo. Esistono anche situazioni in cui si passa da 0 a 1 tramite un percorso che potremmo definire sano, meritevole, che va oltre il mero interesse personale e costruisce un valore comune condiviso oltre al successo individuale. Ma sono casi piuttosto sporadici e comunque, a mio parere, figli di un retroterra psicoemotivo solido: questi sono soggetti che hanno una consapevolezza di sé, cresciuti e istruiti in modo sano, come una bella pianta a cui serviva un solido bastone d’appoggio per raddrizzare un po’ il cammino. Quindi, in ogni caso, l’habitat e l’humus naturale in cui la pianta cresce fanno tutta la differenza. E non parlo soltanto degli aspetti materiali della cosa, della ricchezza e del benessere, quanto piuttosto della complessiva centratura, della serenità, della consapevolezza di poter agire indipendentemente dal bisogno di qualcun altro.

Il resto a me appare come un mare enorme di sofferenza, di ingiustizie, di violenze reciproche, di mediocrità. I miserabili di Victor Hugo, in sostanza. Perché in fondo lo sappiamo che da soli non andiamo da nessuna parte. Da soli, noi che siamo 0, possiamo solo sederci comodamente sui nostri divani e assistere in diretta al dimenarsi di questo mondo, che a qualcuno potrà pure sembrar cattivo, ma che io trovo solo misero e meschino.

C’è bisogno di un partito politico..

C’è bisogno di un nuovo soggetto politico che, ispirandosi alla Costituzione della Repubblica, metta al centro della sua azione politica i seguenti punti:

  • riduzione delle diseguaglianze economiche tramite una tassa sui grandi patrimoni e sui miliardari, pari all’1% o al 2% del valore dei patrimoni superiori ai 2 milioni di euro.
  • un piano di investimenti pubblici nel Welfare, innanzitutto alzare gli stipendi e assumere personale in tutti i settori della pubblica amministrazione.
  • predisporre un piano nazionale di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici, coniugando ecologia dei territori, infrastrutture all’avanguardia e nuovi modelli di produzione e consumo davvero sostenibili, un vero e profondo green new deal che metta al centro il bene più prezioso: l’acqua.
  • politiche attive e incisive per invertire il trend demografico e tornare a fare figlie e figli, investendo massicciamente in tutte le politiche che favoriscano la nascita di famiglie sane, fondate sulla comunione di un progetto di vita condiviso in tutto e per tutto, che mettano al centro la salute e lo sviluppo dei bambini e l’autonomia di entrambi i genitori, in cui il lavoro di cura sia finalmente pienamente condiviso e non scaricato soltanto su una parte, in genere quella femminile, della coppia.
  • contrastare qualunque forma di violenza e di oppressione in ogni ambito della società, a partire da una campagna culturale profonda e incisiva contro la violenza sulle donne, contro lo sfruttamento e le morti sul lavoro, contro il razzismo e l’omofobia, per favorire la diffusione di una cultura della cura, del rispetto e della tolleranza reciproca.
  • coniugare il regionalismo alla valorizzazione del patrimonio naturale, storico, artistico, culturale e gastronomico dei nostri stupendi territori, disincentivando il turismo di massa estero e privilegiando un turismo interno sostenibile, tutelando il paesaggio e riscoprendo le tradizioni antiche di cura del territorio e del mare.
  • rafforzare e sostenere massicciamente il settore primario interno, sfavorendo le importazioni e impostando politiche di autosufficienza alimentare, favorendo scambi e accordi commerciali con nazioni a noi vicine e con una cultura della terra e una tutela dei suoi prodotti a noi profondamente affine.
  • modificare profondamente la natura delle città, rendendole luoghi adattabili ai grandi cambiamenti climatici che dobbiamo fronteggiare già oggi.

Il mondo davvero al contrario

Fino all’arrivo degli esploratori europei e alle conquiste coloniali, a partire dall’inizio del sedicesimo secolo, i popoli nativi dei “nuovi” continenti (America, Oceania, Africa sub-sahariana, isole dell’oceano Pacifico e via dicendo) vivevano nello stesso identico modo da migliaia e migliaia di anni.

Per migliaia e migliaia di anni questi popoli avevano vissuto sostanzialmente allo stesso modo attuando tutta una serie di strategie di adattamento utili a prosperare, mantenendo sufficientemente inalterato l’ambiente naturale attorno a loro. Quantomeno, lo avevano alterato in misura tale da non intaccare le loro stesse fonti di sostentamento primario, derivanti per lo più dalla caccia e dalla raccolta dei frutti spontanei della terra, con alcune eccezioni che è possibile conoscere leggendo un po’ di libri. Una di queste pare sia la storia dei popoli che vissero sull’Isola di Pasqua, in mezzo al Pacifico, prima del nostro arrivo, nota ormai a molte persone.

Questo significa che, nonostante la durezza del contesto naturale, in cui bestie selvagge e condizioni climatiche molto dure potevano mettere in serio pericolo la sopravvivenza della comunità, questi popoli indigeni avevano trovato il modo di starci dentro. I loro obiettivi erano evidentemente la riproduzione sociale e culturale del loro gruppo e seppero conciliare questi con il contesto ecosistemico, in maniera decisamente invidiabile. Ciò non significa che non combattessero tra loro guerre feroci, che non abbiano a volte influenzato il contesto naturale in maniera abbastanza incisiva, che non siano stati costretti a spostarsi e adattarsi per continuare a coltivare i loro principi di vita, i valori fondativi del loro popolo. Significa che lo hanno quasi sempre fatto in una certa misura, entro un certo limite.

Nonostante ciò, non tutti questi popoli erano rimasti all’età preistorica, tenuto conto che non ci sarebbe stato nulla di male se ciò fosse accaduto: se pensiamo, ad esempio, ai popoli Maya e Aztechi, vissuti in centro-sud America, ne abbiamo un’importante riprova. Essi costruirono maestose città e fiorenti commerci attorno ai loro antichi templi, che ancora oggi andiamo a visitare rimanendone tremendamente affascinati.

Insomma, per farla breve, a questa gente non era mai davvero importato di spingersi sempre più in là, sempre oltre i confini culturali e geografici delle loro tribù d’appartenenza. A loro interessava che il loro modo di vivere rimanesse tale, che nei loro villaggi continuassero a nascere bambini e bambine in numero adeguato a garantire il perpetuarsi della specie.

E per migliaia e migliaia di anni questo ha funzionato.

Poi siamo arrivati noi europei, con le nostre armi e le nostre croci, e di colpo questo equilibrio è stato stravolto. In brevissimo tempo, abbiamo letteralmente imposto con la violenza e con la scusa dell’evangelizzazione il nostro modo di vivere, con il vero obiettivo di depredare quante più risorse possibili per poterci arricchire a discapito loro. Chi non si adattava, veniva eliminato fisicamente, seduta stante. Uomini, piante, animali, tutto ciò che non era funzionale alla conquista europea veniva trucidato. Ora, di quelle culture antichissime resta sempre meno: più passa il tempo, più il virus della cultura europea si mangia anche gli ultimi esempi rimasti di culture indigene primordiali.

Nel frattempo, quella che noi riteniamo la sola civiltà, quella fondata sulla libertà dell’individuo di prosperare e arricchirsi, la nostra civiltà, sta letteralmente accartocciandosi su sé stessa, influenzando non soltanto il nostro futuro, ma anche quello di tutti i popoli del pianeta ormai vinti e avvinti dal nostro conturbante quanto malsano stile di vita.

Nel giro di appena un secolo, soltanto cento anni, anzi forse meno, il modello di sviluppo che abbiamo abbracciato ciecamente si sta dimostrando assolutamente insostenibile sul lungo periodo. Se tutti vivessero come un cittadino medio statunitense o europeo, non basterebbero dieci pianeta Terra per sostenere il consumo di risorse che richiederebbe. Tanto è vero che ogni anno noi celebriamo la funesta data dell’overshoot day, il giorno dell’anno a partire dal quale l’intera umanità, in particolare i più ricchi, vivono a debito con le generazioni future: in sostanza, consumiamo più di quello che la madre Terra riesce a riprodurre in modo naturale, sulla base dei suoi cicli endogeni.

Voi direte: come puoi dire questo, quando l’aspettativa di vita in tutto il mondo è cresciuta?

Secondo voi, i popoli nativi che hanno prosperato per migliaia e migliaia di anni prima di conoscere noi, avevano l’aspettativa di vita dell’individuo medio o il livello di ricchezza della loro comunità come unità di misura dello sviluppo? Vi rispondo io: no. Nessuno di questi popoli si preoccupava di essere più ricco del popolo a fianco o più longevo. Non è questo che ha permesso a queste civiltà di vivere serenamente allo stesso modo per millenni e millenni.

In sostanza, noi viviamo in un mondo davvero al contrario: viviamo in un mondo in cui è più importante garantire ad un pugno di bastardi il loro attuale standard di vita, piuttosto che salvaguardare il benessere della nostra specie e il perpetuarsi delle diverse culture indigene. Viviamo in un mondo in cui non è importante tramandare le conoscenze, le competenze, gli usi, i costumi e i saperi dei nostri antenati, è più importante il margine di profitto di un investimento finanziario da qui a scadenza. Non è importante tutelare e promuovere la vita umana e quella delle altre specie, ma sfruttare fino al limite e oltre tutte le risorse disponibili sul pianeta per continuare a guidare il nostro SUV parcheggiato in strada. Questo mondo è un mondo inerte, annichilito, infecondo. E’ il ventre morto di una madre che non può più dare la vita. E nessuno ha il sufficiente coraggio per ribellarsi. Nessuno di noi, compreso il sottoscritto, ha più la forza di gridarlo al cielo: in un arco temporale paragonabile ad un battito di ciglia, abbiamo sterminato popoli e culture in giro per il mondo e ora stiamo creando le condizioni per il collasso dello stile di vita che abbiamo imposto agli altri.

Ditemi voi se questa non è totale follia.

Ci sono già i profeti del progresso, quelli che dicono che la tecnologia e l’intelligenza artificiale ci salveranno: sono gli stessi bastardi che campano sulle nostre spalle e su quelle delle future generazioni. Sapete cosa ci può salvare? Riabilitare il buon selvaggio, ovvero riportare al centro del villaggio la riproduzione culturale e sociale delle nostre comunità, partendo dalle risorse dei nostri territori. In sostanza, siamo spacciati, ma è intellettualmente necessario che qualcuno lo dica. Io almeno vorrei lasciare questa come eredità: lo sapevamo, anche se abbiamo fatto poco o nulla per rimediare. Non ci resta che scusarci, come europei, di tutto il male che abbiamo fatto e continuiamo a fare.

Possiamo solo inchinarci e chiedere scusa, tardivamente e inutilmente, ma quanto meno con un sussulto di dignità.

Il tempo che viviamo

Il mondo che conoscevamo sta cambiando velocemente e le conseguenze delle nostre scelte presto impatteranno pesantemente sulle nostre stesse vite.

Da cinquecento anni a questa parte gli europei influiscono in maniera determinante sul destino dell’intero pianeta, per lo più in termini negativi, nonostante la propaganda positivista che vorrebbe venderci questo mondo come il migliore tra quelli possibili. Da cinquecento anni esportiamo violenza, sopraffazione, distruzione delle culture e degli habitat in nome del nostro dominio politico e militare, in nome della nostra religione e della nostra cultura, autoeletta come superiore.

Da cinquecento anni a questa parte abbiamo stabilito che la cosa più importante per qualunque comunità umana sia la produzione di ricchezza. Chi non produce ricchezza (in senso capitalistico, s’intende) è inferiore, è inutile, può e deve essere eliminato. Sfruttiamo le risorse di altri territori e continenti, imponiamo regole e leader politici a noi favorevoli, per perpetuare questo sfruttamento all’infinito.

Ora sta arrivando il conto da pagare.

Ci lamentiamo del caldo estremo o, peggio, neghiamo i cambiamenti climatici e la nostra responsabilità. Non facciamo nulla per cambiare le cose. Il continente europeo sarà una delle zone più pesantemente colpita da questo fenomeno, che renderà i nostri territori sempre più inospitali alla vita e alla nostra attuale organizzazione sociale.

Ci lamentiamo dell’immigrazione incontrollata, eppure siamo noi ad aver portato morte, distruzione e povertà in giro per il pianeta da cinquecento anni a questa parte, provocando spostamenti di massa e facendo propaganda del nostro stile di vita come il migliore in assoluto. Se tutti vivessero come noi europei non basterebbero dieci pianeta Terra per sfamare il bisogno di risorse globale, tra consumi energetici ed estrazione massiva delle materie prime.

Ci lamentiamo della guerra, ci spaventa. Eppure siamo noi europei e le culture derivate dalla nostra, come l’abominio nord-americano, ad esportarla. Perché sappiamo bene che sulla guerra e la sopraffazione abbiamo costruito il nostro dominio parassitario sul resto del pianeta Terra e solo con la guerra globale possiamo forse sperare di mantenere lo status quo.

Ci facciamo beffe delle diseguaglianze globali, dicendo che a livello internazionale si sono ridotte (a livello puramente monetario), eppure internamente ai singoli stati queste sono sempre più gravi ed evidenti, con danni devastanti nella tenuta del tessuto sociale.

Fingiamo di preoccuparci della pesante impronta umana sul pianeta, degli effetti del nostro stile di vita tossico e insostenibile che sta estinguendo specie e guastando la bellezza naturale in maniera irrimediabile. Nel fingere di farlo, riempiamo i nostri giornali di titoloni apocalittici, ma l’unica risposta che sappiamo dare è piantare qualche alberello qua e là, se va bene. In generale, continuiamo ad aumentare esponenzialmente le emissioni di gas serra e ce ne freghiamo dell’inferno in terra che stiamo preparando a noi stessi e alle future generazioni. A mio avviso, funziona come con il fumo delle sigarette: sappiamo che uccide, ma non sappiamo proprio farne a meno.

Insomma, noi europei abbiamo creato le condizioni per il materializzarsi di un vero incubo e la cosa migliore che sappiamo fare è stare incollati a quei fottuti social network e ai media di massa, che ci mangiano il cervello e ci consegnano in pasto alla propaganda delle peggiori destre.

Siamo una civiltà da buttare, arida e dannosa, priva di amore e rispetto per la vita.

Soltanto il socialismo ecologista ci può salvare. Soltanto assumerci la nostra responsabilità e lavorare per risolvere con gli altri popoli della Terra i gravi danni da noi provocati ci potrà salvare. Ma prima di tutto serve che prevalga questa volontà politica collettiva, mentre ora vincono ancora soltanto prepotenza, egoismo, avidità.

Siamo una civiltà senza speranza, una breve pagina oscura nella storia dell’umanità.