Manifesto

Educazione

Benito Mussolini aveva ragione, almeno su una cosa: l’Italia non è una nazione unita, il popolo italiano non è un popolo maturo e soprattutto non è un popolo sovrano. Le ragioni storiche, sociali, politiche e culturali di questo fatto sono svariate, ne esiste un’ampia letteratura. Le dimostrazioni obiettive che mi spingono a crederlo sono evidenti. L’Italia oggi è un paese senza futuro, quel poco di futuro che le viene riservato è deciso altrove. Non dal suo popolo, ormai tutt’altro che sovrano, ma da giochi di potere molto più grandi di noi: il gioco di potenza tra gli imperi del mondo e tra gli oligarchi dell’economia occidentale. Ciò a cui possiamo ambire, ora come ora, è il ruolo dell’utile servo, come ben dimostra la linea politica internazionale della nostra classe dirigente da molto tempo a questa parte.

Il paradosso di questa convinzione di scarsa rilevanza e sudditanza, mussoliniana e tuttavia condivisibile, sta nel fatto che i momenti fondamentali in cui l’Italia più si è avvicinata ad essere una nazione libera e sovrana sono stati i due momenti che più si distanziano dall’ideologia politica fascista: la proclamazione della Repubblica Romana del 1849, fallita sotto i colpi della corona francese e per le trame del papato ma che vide i più importanti patrioti repubblicani battersi fianco a fianco, quali Garibaldi, Saffi, Mazzini e Mameli; poi, esattamente cento anni dopo, realizzando il grande sogno di quei martiri ottocenteschi, l’entrata in vigore della Costituzione della Repubblica Italiana del 1948: l’apoteosi dell’amor di patria. Un pugno di uomini e donne che con i propri corpi, le proprie idee e la propria fede incrollabile nella giustizia hanno gridato al mondo: noi siamo l’Italia e questa è la nostra carta d’identità, chiediamo rispetto e autodeterminazione!

Il più grande dono che un popolo può fare a sé stesso è la fiducia gli uni negli altri e la fratellanza, cose su cui noi italiani molto spesso ancora oggi difettiamo. Se avessimo cura di questo, cammineremmo a testa alta tra i popoli, nel rispetto reciproco e in piena dignità. La corruzione, la truffa e l’inganno sarebbero fenomeni molto meno diffusi di oggi. Si agirebbe con un sincero senso del dovere, nel rispetto delle proprie istituzioni e della propria cultura. Questo è il patriottismo, questo è l’amor di patria. Solo questo può garantire la tutela dei nostri diritti, solo questo può sconfiggere i pregiudizi che spesso ci limitano, ci condizionano, orientano il giudizio nei nostri confronti. Se si ha cura della propria casa comune, anche lo straniero avrà la stessa cura e lo stesso rispetto. Se siamo noi, invece, i primi a tradire questi alti principi, allora nessuno se ne preoccuperà. L’Italia sarà sempre e soltanto una denominazione geografica, una bellezza da sfruttare, un luogo di vacanza a buon mercato, per chi potrà permetterselo.

Volendo riprendere il tema iniziale, per quanto personaggio gravemente oscuro della storia nazionale, Benito Mussolini aveva colto un tema di fondo, aveva capito che serviva (e serve tutt’ora) parlare agli italiani e alle italiane, spingerle a domandarsi se non si possa essere un popolo migliore di così. Ciò che si deve a lui rimproverare è il fatto di aver totalmente sbagliato le modalità nel perseguire questo scopo. Tramite l’inganno, il sotterfugio, la propaganda più becera, la violenza, la manipolazione e l’assassinio ha cercato di pervertire la natura di una comunità alla sua personale idea: giusta o sbagliata che fosse questa idea, ed io ritengo fosse sbagliata, la strategia che ha perseguito è stata non solo terribile e da condannare, ma autodistruttiva e controproducente. Educare un popolo, così come una persona, significa far emergere le sue intrinseche qualità e risorse, accompagnare la maturazione di una coscienza e di un’identità, valorizzare l’assunzione di responsabilità e sviluppare una consapevole (auto)critica, non imporre dall’alto e con la forza una visione o una dottrina totalmente slegata dal reale. Il Duce non fu un buon maestro, una guida saggia e amorevole, ma un seduttore del popolo italiano, per poi diventare un marito violento e infine un aguzzino feroce.

A chi, invece, dovrebbe ispirarsi un patriota per immaginare un modo nuovo, coraggioso, fiero e maturo di essere italiani? Al più grande patriota della storia di questo paese: Giacomo Matteotti. Certo, non è stato il solo, eppure io lo reputo il primo e più fulgido esempio tra i volti noti della nostra storia. Il più fiero avversario del Duce, colui che con la sua stessa natura ha incarnato l’esatto contrario del tiranno. Un uomo benestante che si è affiancato agli ultimi, a differenza di un uomo povero che ha tradito la sua gente. Un uomo colto, pacifico e gentile, oltremodo coraggioso, anziché un uomo che non si è mai davvero messo sulla linea principale del fronte, fosse quella delle trincee o delle marce fasciste o degli scontri di piazza. Mussolini ci mise la faccia solo quando fu sicuro di essere protetto, Matteotti lo fece quando sapeva con assoluta certezza che sarebbe stato ucciso, quando era nella posizione più esposta alla violenza squadrista, con un imperituro atto di disprezzo della codardia. Un uomo talmente eroico che andrebbe santificato alla religione civile della fratellanza, dell’onestà, della verità. Perché questo fu il suo più grande atto e al contempo il suo testamento politico: dire la verità, una verità rivoluzionaria. Smascherare il Duce, i suoi squadristi, il loro sordido gioco di potere: ingannare le masse e massacrare gli innocenti che si opponevano alla loro volontà. A mio personale avviso, non esiste un esempio più splendente delle qualità e del valore che un essere umano può mostrare. Giacomo Matteotti, martire dell’umanità, un Abele che ha offerto il collo al suo Caino, lo ha sfidato a sferrare il colpo, a dimostrarsi il mostro violentatore che era. E quel Caino ha colpito, per poi nascondere la mano, ancora una volta, vigliaccamente.

Principio

Quanto è difficile la parola verità. Esiste la verità scientifica, la verità storica, la verità giudiziaria. Capita spesso che la verità sia descritta e diffusa  dai forti a modo loro, a proprio uso e consumo. La verità è un concetto umano molto scivoloso, a volte rischioso da maneggiare. Nonostante questo, è la verità il principio a cui bisogna ispirarsi. Dire la verità ha un valore inestimabile: la verità è salute, è crescita, è indipendenza. Accogliere il vero, perché esiste un vero, che libera e dissolve le nubi. La verità è forse più una sensazione che un costrutto: quando diciamo la verità ci sentiamo più leggeri, quando ascoltiamo la verità a volte questa ci commuove, ci fa sciogliere in un pianto. A volte, dire la verità significa essere fragili. Per questo la verità è il contrario del fascismo e di ogni forma di abuso da parte del potere: il potere della forza è ciò che ricerca l’abusatore, che non può di conseguenza mostrarsi debole e fragile. Non deve muovere empatia ma paura. Non vuole cucire, avvicinare, riconoscersi nell’altro. Vuole controllarlo e possederlo. La verità riduce le distanze, ci mette tutte e tutti sullo stesso piano. La forza e l’abuso creano gerarchia (che non a caso fu il titolo della più importante rivista fascista del ventennio). Giacomo Matteotti ha detto la verità, denunciando brogli, intimidazioni e violenze inaudite scatenate dai fascisti per vincere le elezioni. 

Oggi, invece? Quale verità dovremmo raccontarci? Quali verità sono ancora nascoste? Quali verità lasciamo marcire sotto il tappeto, sperando che il tempo sopisca il grido di chi le brama, le rivendica, con sete di giustizia? Quali verità fingiamo di non vedere, nonostante uomini e donne coraggiose che ogni giorno ci invitano ad ascoltare, ad aprire gli occhi? Il succo della democrazia, la sua linfa vitale, è il dibattito tra le diverse verità e le diverse visioni, senza questo la democrazia non ha senso di esistere. Eppure noi abbiamo stilato una serie di leggi e di principi sovrani, primari e intangibili, che tutt’oggi disattendiamo colpevolmente. La nostra comune verità, quella che crea la casa in cui tutti e tutte abitiamo e di cui tutti e tutte dovremmo aver cura: la Costituzione. Quelle parole sanciscono una spazio inviolabile, lo spazio della nostra sovranità.

Ma chi è sovrano e come? Sono forse io sovrano come lo è il capo di una grande azienda? E’ sovrano il postino, l’insegnante, l’operaio e l’artigiano come lo è chi muove somme di denaro pari alla ricchezza di intere nazioni? E’ sovrano chi controlla una mole enorme di informazioni e i nostri dati personali come lo può essere un giovane adulto? Evidentemente no, questi soggetti interpretano ruoli diversi: la fetta di sovranità di ciascuno, sebbene sulla carta sia identica, nella concretezza del reale è infinitamente diversa. E come possiamo noi oggi ingannarci ancora? Come possiamo fingere di non vedere che costringiamo il lavoratore e il miliardario a soggiacere alle stesse regole, come se giocassero la stessa partita nel grande scacchiere dell’esistenza? Non solo giocano in campionati differenti, ma praticano proprio sport diversi, per usare una metafora. Tutto questo è inaccettabile e viola la Costituzione, ogni giorno. Prima di essere un popolo sovrano unito, maturo, compatto, consapevole, fiero e rispettato, il popolo italiano deve riconoscere a sé stesso che vive in un mondo gravemente diverso da quello che vorrebbe la nostra carta fondamentale. Piero Calamandrei diceva che lo Stato siamo noi, che la Costituzione non può essere una carta inerte, un elenco di principi a cui ispirarsi in maniera ingenua. La Costituzione deve vivere, siamo noi che la facciamo vivere. Le verità contenute in essa possono definirsi tali se e solo se noi le materializziamo, le realizziamo. Questo deve essere l’impegno principale dei nostri rappresentanti. Non farsi la guerra per un pugno di voti, ma interpretare la Costituzione nella maniera più aderente possibile al suo testo.

Se oggi prendiamo quella carta e ne leggiamo le prime dieci parole, ci rendiamo conto di quanto sia svilente la menzogna che ci raccontiamo quando le recitiamo nei riti, nelle funzioni, nelle festività. L’Italia può dirsi una Repubblica fondata sul lavoro? Ma sul lavoro di chi? E che cos’è il lavoro? L’Italia oggi è fondata sul sacrificio e sullo sfruttamento della classe lavoratrice, ci siamo arresi a questa condanna. E come può questo accadere, essendo noi bombardati ogni giorno da notizie e dati statistici a riguardo? Nessuno lo sa. Questa è un’altra verità. Nessuno sa come sia possibile che il popolo italiano sia così succube. La sua sudditanza è ormai proverbiale. Ci raccontiamo così, parliamo degli altri popoli più combattivi di noi con ammirazione e invidia. Perché per noi è così difficile, invece? Perché spesso le nostre battaglie sono di retroguardia anziché di avanguardia? Perché l’unica vera rivoluzione mai avvenuta con una certa dose di partecipazione popolare fu a tutti gli effetti la rivoluzione fascista che portò alla marcia su Roma e al primo governo Mussolini? Non ci fa vergognare tutto questo? Se pensiamo alle rivoluzioni e alle ribellioni che hanno contraddistinto la storia dei popoli del Pianeta, ai grandi uomini e alle grandi donne che hanno segnato il destino delle loro comunità, ai valori e agli ideali puri che li guidarono, paragonarli alla rivoluzione fascista è un insulto. C’è da vergognarsi profondamente. Anche la vergogna è un sentimento sano e vero. Ci vergogniamo quando la nostra coscienza morde di fronte alla verità che ci smaschera. Ancora una volta, la verità.

Diritto

La Costituzione è disattesa nell’organizzazione del potere, nella suddivisione del lavoro e della ricchezza, nella tutela e promozione dei diritti civili, politici e sociali. La Costituzione è disattesa nel riarmo, nel chiudere gli occhi di fronte alle nostre responsabilità nei conflitti in corso, nell’indebolimento della diplomazia e nella riduzione delle chance che si concedono alla pace. La Costituzione è disattesa nelle carceri, luoghi di vera e propria tortura istituzionale per chi sta dietro le sbarre, ma anche, paradossalmente, per chi ci lavora. La Costituzione è disattesa nei principi di efficienza ed efficacia nell’allocazione delle risorse: basta guardarsi attorno per riconoscere grande infelicità, grave spreco e cattivo utilizzo delle nostre potenzialità. Centinaia di migliaia di giovani fuggono all’estero, le persone hanno paura a costruirsi una famiglia, a immaginare un futuro nella terra in cui sono nati. Scappano, si rifugiano in paesi che hanno maggiore cura di loro e in cui di conseguenza si sentono più sicuri nell’investire le loro energie migliori, la loro intelligenza, il loro stesso amore. Ma con che peso nel cuore? 

Con che dolore lasciamo casa, la guardiamo da lontano, nella pace che troviamo altrove, una pace che lascia tanto amaro nel profondo. Perché amiamo la nostra patria e ci manca, ma come possiamo tornare? Come possiamo tornare in quella terra ingrata e ingiusta, ferita e ingannata. Ci sentiamo stranieri nella nostra stessa casa. E non starò qui a cercare colpevoli, siamo tutti responsabili, con le dovute proporzioni. Allora alziamoci in piedi e ricordiamoci che tutto questo non è ineluttabile, non è il solo futuro possibile. Vogliamo continuare a lasciare che il nostro destino si decida altrove, vogliamo vivere una vita che altri hanno deciso per noi? O vogliamo invece batterci con le armi disarmanti della verità, dell’amore, del rispetto, della dignità, della libertà ed indipendenza? Crediamo nella pace, nell’uguaglianza, nella libertà individuale, nella necessità stringente di vivere in condizioni di dignità, ad un ritmo più sano, il ritmo delle nostre stagioni e del nostro magnifico patrimonio naturale! Basta paura, basta rassegnazione. Ci hanno detto che questo è il tempo della violenza, il tempo dei forti, il tempo in cui il diritto e l’umana giustizia non trovano spazio. Allora, se la legge del più giusto non basta più, se prevale invece la legge del più forte, serve uno scatto umano, serve un afflato morale verso qualcosa di nuovo. Serve mettere da parte cupidigia, egoismo, sopraffazione e ignavia, serve rimettersi in gioco, ciascuno nel suo piccolo e tutte insieme, perché solo uniti si cambia, solo uniti ci si salva da un destino triste e cupo, deciso da altri. Dobbiamo avere il coraggio di alzarci in piedi, dobbiamo tendere la mano verso il nostro prossimo, in cui dobbiamo assolutamente riconoscere il nostro riflesso. Allora, e solo allora, sarà la Costituzione il futuro che ci attende.

Giustizia

Viviamo un tempo di grandi ingiustizie, un tempo in cui la bilancia pende a favore dei forti, dei violenti, degli abusatori, di chi ha il potere del denaro, dell’informazione, della forza militare e di polizia, dei mezzi di produzione e della finanza. In un tempo così ingiusto, un tempo in cui la voracità omologatrice del mercato distrugge la biodiversità naturale e umana, schiaccia i deboli, i fragili, gli ultimi, noi dobbiamo con forza tornare ad appellarci ad un senso di giustizia. Soltanto appellandoci e facendo quadrato attorno al principio di giustizia noi potremo sfidare i potenti. L’ingiustizia sfibra le nostre comunità, ci mette gli uni contro gli altri, diffonde profonda sfiducia nel prossimo, che è ormai visto soltanto come un problema da rimuovere, non qualcuno che vive le stesse sofferenze e difficoltà e con cui empatizzare, fare fronte comune per ribaltare la piramide gerarchica del capitalismo rapace e fascistoide che ci governa. La lotta di classe è materia per appassionati del genere, per i libri di storia, derubricata a macchietta da sbeffeggiare. Invece, la questione di classe e lo scontro tra oppressi ed oppressori, tra la tracotanza dei potenti e la dignità dei lavoratori, è ancora attualissima, più attuale che mai da 200 anni a questa parte. Una ristretta oligarchia di super-ricchi, sempre più agguerrita, reazionaria e lontana dalle persone normali, condiziona le nostre esistenze, decide tutto: vita, morte, guerra, pace, salute, malattia, speranza nel futuro o paura, l’evoluzione del lavoro e il progresso tecnico che investono le nostre esistenze. Ma come possiamo fronteggiare tutto questo? Nel solo modo possibile, dicendo la verità e spezzando questo torpore, questa inerzia decadente alla quale ci siamo abbandonati. Nei luoghi di lavoro non si parla più di lotta e giustizia sociale. Le persone che per vivere devono lavorare hanno totalmente abdicato al loro potere di sovranità politica ed economica e si sono abbandonati alla guerra del tutti contro tutti, che favorisce i potenti e gli oligarchi dell’economia occidentale. Eppure posso sentire i positivisti, i liberisti e liberali, decantare le lodi del tempo odierno, il migliore dei mondi possibili, secondo loro. No, questo è il peggiore dei mondi possibili, sulla base delle possibilità tecnologiche, delle conoscenze scientifiche, dello sviluppo tecnico. Perché in questo tempo abbiamo tutte le conoscenze e le risorse per permettere a tutte e tutti di vivere una vita dignitosa e sana, lontani dalla povertà, dal ricatto dello sfruttamento. Invece, abbiamo scelto di ascoltare la favola dei pifferai magici, degli incantatori di serpenti, loro stessi serpi dalla lingua biforcuta. Ha ragione la religione, quando dice che il capitalismo contemporaneo è un demonio che ti sussurra all’orecchio e ti sobbilla i pensieri più retrogradi, egoisti, infantili e superficiali: consuma e accumula più ricchezze che puoi. Questa è una forma di manipolazione psicologica costante, tossica, che distrugge le società e sbriciola autostima e senso del sé di milioni di persone. Se non ce la fai sei tu che fai schifo, sei tu che non sei abbastanza furbo da sfruttare le possibilità di mercato. Ma farcela a fare cosa? A diventare complice di questa mastodontica e perversa macchina di morte, dolore, distruzione, frustrazione, terrore, privazione e abbandono? Questo è il peggiore di tutti i mondi possibili date le possibilità che il mondo occidentale ha. Chi lo nega, mente. Vi prende in giro e in cuor vostro lo sapete, lo vedete, lo respirate intorno a voi ogni volta che vi recate in una scuola, in un ospedale, in un posto di lavoro, su un mezzo di trasporto pubblico. E’ ora di aprire gli occhi e tornare a pretendere una vita più dignitosa, per noi e per chi ci sta affianco.

Limite

Esiste un modo per tornare ad esercitare un sano principio di giustizia: imparare ad avere un senso del limite. Il capitalismo di mercato ci racconta che i limiti non esistono, che possiamo produrre e consumare all’infinito grazie al progresso tecnologico, ma è falso, è l’ennesima menzogna che raccontano i potenti e gli oligarchi dell’economia, una menzogna che ci sta spingendo ad erodere il terreno che abbiamo sotto i piedi, a tagliare le radici che nutrono questa pianta ormai drogata che è la società di mercato occidentale, fondata sul dolore e sul sacrificio altrui. Dobbiamo mettere un limite allo sfruttamento delle risorse naturali, un limite alle ricchezze che si possono accumulare, un limite all’egoismo e alla voracità degli individui, un limite al potere qualunque sia la forma in cui si manifesta. E’ un esercizio politico, civile e spirituale che ci viene richiesto. Quella stessa spiritualità che ora il mercato ci vende a buon prezzo, con voli per le località più esotiche e trascendentali dell’Asia, dove fare selfie con la statua del Buddah o passare un weekend di villeggiatura in mezzo ai bonzi tibetani, per praticare il silenzio e riconnettersi con noi stessi, salvo poi tornare a vivere la vita delirante fino a quel momento vissuta. Qui sta la grande colpa della borghesia istruita e progressista: alla lotta di classe ha preferito il new age, la self-consciousness e l’affermazione del proprio potere personale. Non c’è nessun terapista, nessun mental coach, nessun potere personale che tenga quando la tua salute dipende dalle multinazionali, quando il futuro dei nostri figli è deciso su un tavolo da gioco dove siedono solo ricchi oligarchi, per i quali le nostre vite non valgono nemmeno una fiche. Oggi si sacrifica la vita di decine di milioni di persone sul tavolo della crescita e del commercio globale.

L’umanità oggi ha raggiunto il suo punto più basso, un punto talmente basso che forse solo la Bibbia ci può aiutare a raccontare: lo stesso punto in cui Dio, secondo le sacre scritture, scatenò il diluvio universale per spazzare via questo atomo opaco del male, con tutti i suoi viventi, ad eccezione di pochi umani e del mondo animale. Non so se un nuovo diluvio verrà, so che oggi ci sarebbe di certo bisogno dello stesso quantitativo d’acqua per lavare le coscienze di questa umanità. Non abbiamo più il coraggio di batterci per ciò che è giusto, abbiamo venduto la dignità e il rispetto per noi stessi al peggior offerente. E ci inganniamo se pensiamo di trovare nello Stato il salvatore, oggi lo Stato è soltanto il prestatore di ultima istanza degli speculatori, secondo il motto “privatizzare gli utili, socializzare le perdite”.

E’ venuto il momento di tornare a ribellarsi.