Che fare? (nel quotidiano)

Spesso le persone mi fanno notare, o peggio mi rimproverano, che i discorsi che faccio suonano altisonanti, concentrati sui massimi sistemi. Al tempo stesso, mi viene detto che i valori a cui mi appello siano di difficile applicabilità al livello delle persone “normali”. Sembra davvero difficile per le altre persone immaginare un modo concreto di dare vita ai ragionamenti apparentemente astratti che formulo quando cerco di condividere il mio pensiero, per iscritto o a voce. Questo mi dà la misura di quanto sia cambiata la vita delle persone nell’arco di pochi decenni. Io sono cresciuto con persone che mi hanno spinto fortemente a leggere, informarmi, studiare, approfondire. Ho avuto alcuni mentori e veri maestri di vita che mi hanno trasmesso un modo di stare nelle cose, con spirito critico, coltivando costantemente il dubbio, a partire dai miei genitori, ovviamente. Inoltre, sono un vero e proprio San Tommaso, per così dire: non ho mai creduto, per indole, alle cose che mi raccontavano e mi spacciavano per vere, ho sempre fatto una domanda in più, ho sempre sfidato lo status quo. Un esempio banale, per far comprendere cosa intendo e dimostrare che non c’è nessuna arroganza in questo atteggiamento, è quel che segue: subito dopo la cerimonia della mia prima comunione cristiana, quando avevo circa otto anni, chiesi candidamente a mia madre se ci fossero altre cose che dovevo fare in quella trafila di sacramenti. Questo per dire che io non ho mai coltivato alcun tipo di fede, non fa parte di me, del mio modo di essere più sincero. Stavo vivendo quei passaggi come un dovere, un impegno come poteva essere quello scolastico, senza alcun coinvolgimento profondo. E devo ammettere che i miei genitori mi hanno quasi sempre lasciato libero di scegliere, atteggiamento che hanno mantenuto nei miei confronti nei momenti più importanti, motivo per il quale sarò loro sempre grato. Mi rendo conto che questo non è comune, visto che nel mondo ci sono miliardi di persone che si dicono fedeli religiosi e al tempo stesso hanno avuto genitori molto più autoritari.

Per fare un altro esempio del perché io spesso mi senta un pesce fuor d’acqua, io non ho nessun social network e molto presto abbandonerò anche Whatsapp. In aggiunta a questo, io li ho deliberatamente abbandonati, non sono uno di quelli che non li ha mai avuti. Anche questo aspetto è motivo di grande stupore quando parlo con le persone, soprattutto quelle della mia generazione o più giovani. Addirittura vengo guardato con un certo sospetto per questo motivo, come se fossi una persona che ha qualcosa da nascondere. Non ho nulla da nascondere, anzi difficilmente mi nascondo nella vita, ma di certo so che meno informazioni consegno e concedo al potere costituito, tramite post o immagini personali, più facilmente potrò sentirmi ed essere effettivamente una persona libera di agire nel mondo sulla base dei miei principi, senza paura di essere catalogata, comprata, venduta, abusata, sfruttata. Anche su questo tema, ho ampie ragioni per ritenere che dovremmo tutti fare a meno dei social network, che sono il vero male del nostro tempo a livello di impoverimento culturale, disgregazione sociale, perdita di libertà e di privacy. Quando mi sveglio la mattina io non apro Instagram come il 90% dei miei coetanei, io leggo tre giornali diversi. Durante la giornata, quando il lavoro me lo concede, guardo diversi telegiornali, seguo trasmissioni culturali. Ho visto una quantità infinita di film e letto molti libri, che mi hanno insegnato molto sul mondo, oltre che svagarmi e divertirmi o commuovermi.

Incrociando tutte queste informazioni la mia mente ha consolidato una serie di convinzioni, ha maturato alcune consapevolezze sull’esistenza, mi spinge a coltivare una mia personale idea di come le cose dovrebbero andare oltre che sentire di avere un pochino di controllo in più su ciò che mi accade intorno. L’altro lato della medaglia è che sento un grande senso di responsabilità, in quanto persona che può fare la differenza, che può dare un contributo. A fronte dei miei studi e della quantità di informazioni che ho accumulato e accumulo, io mi sento in dovere di dire cosa penso, sento persino la necessità fisiologica di esprimere un’opinione informata su fatti che reputo importanti. Purtroppo, questo non sembra essere un sentimento condiviso da molti, cosa che mi isola ulteriormente e genera in me una fortissima frustrazione. Se questo potessi farlo in contesti in cui anche altre persone si sentono come mi sento io, mi sentirei meno solo, mi sentirei molto meglio. E tutte insieme ci sentiremmo libere di esprimere il nostro pensiero, anche di discutere ferocemente se il caso lo richiede. Un’altra cosa che si è persa è la passione comune per le cose, il desiderio travolgente di conquistare dei traguardi che non siano esclusivamente personali. La passione per le proprie idee e la forza di sostenerle fino alle estreme conseguenze. Il desiderio di vivere secondo ciò che riteniamo giusto e non solo sulla base di ciò che riteniamo per noi utile e conveniente. Ciò che riteniamo giusto ci unisce, ciò che riteniamo conveniente per noi individualmente spesso ci divide e allontana dal prossimo.

Applicare questi accorgimenti, e soprattutto non avere paura di vivere secondo i propri principi, è l’unica strada che possiamo coltivare per spezzare la catena di isolamento, sofferenza, egoismo, frustrazione che molte e molti di noi provano (e se non provi nessuna di queste sensazioni almeno una volta al giorno, sei una persona fortunata, ricordalo). Come facciamo a stabilire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, se nel corso degli ultimi decenni ci hanno insegnato che ciò che è giusto è solo ciò che ci conviene, che ci fa più ricchi e pasciuti? Basta fermarsi e domandarselo. Cosa è giusto fare in questo caso? Cosa mi suggerisce la mia coscienza? Dimenticandoci un po’ di noi stessi e mettendo davanti i nostri valori, quelli che sono lì dentro di noi e che molto probabilmente qualcuno ci ha trasmesso quando eravamo piccoli. Se dentro di voi la risposta è sempre la stessa, allora significa che siete nati dal lato “giusto” della storia: quello degli sfruttatori e non degli sfruttati. Non ve ne faremo una colpa, ma sappiate che presto o tardi il vento girerà.

“Se siete quelli comodi

Che state bene voi,

Se gli altri vivono per niente

Perché i furbi siete voi,

Vedrai che questo posto

Questo posto is beautiful

Se siete ipocriti abili

Non siete mai colpevoli,

Se non state mai coi deboli

E avete buoni stomaci,

Sorridete!

Gli spari sopra

Sono per noi

[..]

Ma se si girano gli eserciti

E spariscono gli eroi

Se la guerra poi adesso

Cominciamo a farla noi

Non sorridete!

Gli spari sopra

Sono per voi!”

Che fare?

In epoca contemporanea, ci sono tre grandi forze che si muovono nello scacchiere della storia in una dialettica costante, dialettica che determina la distribuzione del potere e la natura delle decisioni strategiche che i paesi occidentali intraprendono: le forze del mercato, ovvero le grandi realtà industriali e finanziarie nazionali ed internazionali; gli stati nazione, con i loro apparati pubblici; infine, la classe lavoratrice, rappresentata dalla forza lavoro e dai sindacati. Oggi, esattamente come accadeva fino a un centinaio di anni fa, le forze del mercato e gli apparati statali si sono alleati, il loro potere si sovrappone, concentrandosi in pochissime mani e tenendo sotto scacco la terza forza: la classe lavoratrice. Infatti, è proprio la sua voce che manca in questo quadro: la voce dei cittadini comuni che non si organizzano più, che non si mobilitano più, che sanno soltanto seguire il capo di turno per poi uscirne irrimediabilmente delusi. Intrappolate dal ricatto del lavoro sfruttato, distratte dal mito del successo veicolato dai social network e dai media di massa, le classi operaie hanno dimenticato il loro ruolo, la loro responsabilità e la loro forza. Deluse dal crollo del sogno socialista delle origini e terrorizzate da un sistema poliziesco di repressione del dissenso, le forze del lavoro oggi sono persino facilmente manipolabili: abbiamo costantemente la sensazione di non poterci fidare del nostro collega, coltiviamo il sospetto che il problema sia chi sta seduto a fianco a noi e troppo facilmente siamo pronti a screditarlo, a tradirlo. Tutto questo per compiacere chi comanda, per paura, per egoismo. Dunque, le dinamiche globali finiscono per avere un riflesso pesante anche sulla cultura del lavoro, su come viviamo certi spazi e su come ci facciamo usare, consegnando noi per primi ai nostri carnefici gli strumenti per farlo. Gli abusi spesso vengono coperti, il dissenso viene isolato per “quieto vivere”. Chi soffre sul posto di lavoro è invitato ad andarsene dai colleghi per primi, come se il problema fosse sempre e solo individuale, mentre non è mai così. I problemi sono collettivi nella stragrande maggioranza dei casi e lo si scopre non appena se ne parla, si empatizza, si condivide nel proprio gruppo di lavoro. E di fronte a problemi collettivi esistono solo soluzioni collettive, cosa che, a chi detiene il potere, non conviene mai ammettere.

Il socialismo nel corso dei secoli ha saputo verbalizzare gli interessi e i bisogni di noi lavoratori e lavoratrici, ha saputo organizzare la loro espressione politica, ha trasformato la massa lavoratrice in un popolo unito, strategicamente orientato alla vittoria nelle proprie battaglie politiche e civili. I miti del progresso liberale e capitalista, come la longevità o la possibilità per tutti di arricchirsi grazie ad una certa mobilità sociale (quest’ultimo un vero e proprio mito), in realtà non si sarebbero mai realizzati nemmeno parzialmente senza l’apporto delle lotte sociali, sarebbero invece rimaste appannaggio di un ristrettissimo pugno di persone, molto probabilmente in maggioranza uomini bianchi appartenenti ad un certo rango sociale. L’accesso all’istruzione, alle cure sanitarie, ad un lavoro dignitoso, all’abitare, alla partecipazione politica diretta, in sostanza la riduzione generale delle diseguaglianze ha reso possibile il progresso di cui oggi parla chi sa soltanto genuflettersi di fronte alle istituzioni del mondo liberale, come certi illuminati intellettuali. La dimostrazione di quanto vado affermando è sotto gli occhi di tutti, basta leggere i numeri dell’economia, eppure è ancora difficile da cogliere collettivamente, perché gran parte della popolazione è irretita nella narrazione veicolata dai social network e dai media di massa, come accennavo in precedenza. In secondo luogo, perché le conseguenze più dirette e pesanti della sconfitta della classe operaia nella lotta di classe si osserveranno nel corso del tempo. Dopo quarant’anni di arretramenti, oggi in Italia vediamo la classe media scomparire sempre più, vediamo ingigantirsi le diseguaglianze interne al paese, vediamo la povertà sempre più diffusa anche tra chi lavora stabilmente.

Se ciò non bastasse, il riscaldamento globale, le pandemie e le guerre, convitati di pietra del liberismo contemporaneo, stanno facendo emergere tutte le contraddizioni di un sistema politico ed economico estremamente fragile, le cui conseguenze ricadono sempre sulle spalle delle popolazioni civili. Bastano poche settimane di guerra scatenata in un punto strategico per i commerci globali a mettere in ginocchio metà del pianeta. Questa interdipendenza e omogeneità è in realtà un’enorme fonte di debolezza e rigidità. Da sempre gli animali, così come gli uomini, si spostano per trovare maggior fortuna in terre più fertili e rigogliose, quando la loro sede d’origine si impoverisce vuoi per il ciclo delle stagioni, vuoi per eventi più gravi. Lo stesso accade oggi, nonostante l’Europa tenti di trincerarsi dietro i suoi confini. Ma se fossero l’Europa stessa e l’Occidente le terre da cui fuggire? Dove andremmo? A chi potremmo chiedere riparo, noi che per secoli abbiamo portato e continuiamo oggi a portare violenza e distruzione nel mondo? Siamo sicuri che rinchiuderci dentro i nostri confini oggi sia la scelta più funzionale alla nostra sopravvivenza? Io credo invece che sia dal punto di vista etico, sia dal punto di vista economico, noi abbiamo la stringente necessità di condividere. Partendo da una cosa semplice: chiedere perdono e una seconda opportunità al resto del mondo, che noi abbiamo sfruttato per secoli, finendo per diventare troppo pigri e ingordi per trovare soluzioni innovative ed evolverci.

Se vogliamo sopravvivere, se vogliamo rinnovarci, se vogliamo andare avanti la classe lavoratrice deve uscire allo scoperto e darsi una svegliata: non basta più ritagliarci il nostro orticello in mezzo al caos, perché sta arrivando l’alta marea e travolgerà tutte e tutti. Dobbiamo tornare a fare fronte comune, a fidarci l’uno dell’altra, ad agire sulla base di ciò che è giusto e non di ciò che in apparenza ci conviene. Dobbiamo tornare ad assumerci la responsabilità storica di lottare per il nostro futuro e quello delle generazioni che verranno.

Libera e sovrana: una spiegazione

Mi è stato più volte chiesto come mai io abbia scelto questo titolo per un blog che si ispira ai valori del socialismo, della pace e dell’uguaglianza. Il motivo, dal mio punto di vista, è semplice: queste due parole rivelano un’ambizione e una prospettiva da raggiungere. In primo luogo, realizzare a pieno il mandato costituzionale che sancisce la centralità della sovranità popolare, la cui precondizione è saper fare di questo potere uno strumento funzionale al proprio benessere e basato sul senso di responsabilità verso sé stessi, verso le future generazioni e verso gli altri popoli; conseguentemente a questa maturazione, diventare finalmente una Repubblica libera dai condizionamenti determinati dalla lotta fra i diversi imperi del mondo, in particolare emanciparsi dal giogo statunitense che strozza la maturazione del nostro sentimento democratico da ottant’anni a questa parte attraverso l’arma del terrore politico.

Esattamente come una giovane donna, la Repubblica italiana è una ragazza che ha dentro di sé le risorse e gli strumenti per emergere in tutta la sua forza e bellezza, eppure viene costantemente soggiogata da chi ne fa una pedina per i propri interessi internazionali. A ciò si aggiunga che è lei per prima a non trovare la strada per la propria emancipazione, a vittimizzarsi e a farsi del male da sola, consegnandosi mani e piedi ad una classe dirigente che premia i furbi e gli approfittatori, mentre dovrebbe valorizzare a tutti i livelli di responsabilità chi sceglie sempre la cosa giusta da fare, ovvero sia vivere secondo i valori costituzionali, dedicando una parte preziosa del proprio tempo al lavoro, svolto con onore e abnegazione, un sincero rispetto delle regole condivise ma anche un vivace e necessario senso critico.

Abbiamo il territorio più ricco e variegato d’Europa, ma lo maltrattiamo. Abbiamo il patrimonio culturale più complesso e articolato dell’Occidente, ma a malapena lo conosciamo. Abbiamo artigiani, maestranze, una capacità di fare impressionante e ricercata in tutto il mondo, oltre che una vasta cultura scientifica che contribuisce al progresso dell’umanità ogni qual volta viene chiamata in causa, eppure lasciamo che tutto questo talento venga dilapidato: spingiamo le nostri migliori menti a fuggire altrove in cerca di opportunità, formiamo classe dirigente che poi fa le fortune di altri paesi, sciupiamo la nostra tradizione industriale regalandola agli speculatori di mercato e ai nostri competitor. Facciamo sempre più fatica a stare in modo funzionale all’interno delle catene del valore del sistema produttivo capitalistico, dunque non sappiamo nemmeno sfruttare quel poco di buono che questo sistema tossico e insostenibile mette a disposizione. Non siamo minimamente pronti di fronte ad un futuro che si fa sempre più fosco e cupo: se non saremo in grado di stare in questi sconvolgimenti in modo autorevole, con una voce chiara, verremo trascinati dagli eventi che comunque già oggi ci richiedono delle scelte drastiche e dolorose, come abbiamo visto durante la pandemia di Covid-19 e la crisi economica del 2008-2012. Se non agiamo per prevenire, saremo costretti a rincorrere le emergenze ambientali, economiche e sociali, come osserviamo quotidianamente nei telegiornali.

“La vera domanda, dunque, è chi sei tu?” dice il Brucaliffo ad Alice nel folle Paese delle Meraviglie. Ed effettivamente questa è la domanda fondamentale che dobbiamo porci. Chi è la Repubblica Italiana, nata sulle ceneri del ventennio fascista e del disastro bellico grazie all’enorme e generoso sacrificio dei nostri partigiani e delle nostre partigiane, che hanno saputo scolpire gli articoli della Costituzione recuperando la più alta e fulgida cultura giuridica delle nostre origini democratiche.

Benito Mussolini, con il plauso delle potenze democratiche occidentali, dagli Stati Uniti alla Gran Bretagna di Winston Churchill, fece dell’Italia una nazione anti-comunista. La cosa che dovrebbe farci riflettere è il fatto che, fin quando il fascismo restò funzionale agli interessi anglo-americani, questi lo accolsero con ampio favore e sostegno, persino quando uccideva Giacomo Matteotti. Nel momento in cui il Duce volle fare del Re d’Italia un Imperatore, contravvenendo a quello che era lo spazio di manovra concessogli, la posizione dei suoi sostenitori d’oltremare cambiò e le sue ambizioni di conquista furono condannate dalla Società delle Nazioni. L’Italia non poteva e non doveva ambire ad allargare la sua sfera d’influenza, doveva restare un fedele cane da guardia degli interessi del capitalismo globale capitanato dagli imperi del mondo “libero”. Chi scrive è convinto che l’alternativa non possa essere da un lato stare con l’imperialismo americano o dall’altro crearne uno proprio, come invece pensava Mussolini. Esiste almeno un’alternativa, stare da pari a pari nel consesso delle nazioni del mondo.

Abbiamo una mappa da seguire, tracciata dal testo della nostra Costituzione. Essa continua ad essere un luogo da raggiungere, la destinazione di un percorso di emancipazione e autodeterminazione. Dobbiamo esprimere i suoi valori tramite l’impegno quotidiano di tutti i componenti del corpo politico, siano essi singoli cittadini o gruppi organizzati. Ciò che oggi manca, a mio parere, è il protagonismo delle persone che per vivere devono lavorare. Questo soggetto politico ricco e variegato, è sempre più confuso, disinteressato e sfiduciato. Il motivo è presto detto: continua a delegare ad altri decisioni che invece devono tornare nelle sue mani. Non si assume le sue responsabilità, per poi piangersi addosso, spaventato dalla prospettiva di aprire una fase di conflitto. Per invertire questa tendenza serve un’avanguardia fatta di lavoratori e lavoratrici che alzino la voce contro immobilismo ed egoismo, che stimolino in tutti gli altri il desiderio di tornare a lottare per ciò che è giusto, per il nostro benessere, per il nostro futuro. Perché se non saremo noi a farlo, nessuno lo farà. Insistere anche se tutto attorno pare remare in direzione contraria, perché sono certo che verrà il momento in cui saremo chiamati ad un’azione diretta e dovremo farci trovare pronti.

Il giuoco del calcio (visto da sinistra)

Perché scrivere un pezzo su un tema tanto frivolo, e per taluni ormai insopportabile, come il giuoco del calcio? Mi permetto il vezzo di un arcaismo perché è molto italiano come atteggiamento (vedi le iscrizioni ufficiali della FIGC o la scelta di stile del presidente più vincente della storia calcistica recente, Silvio Berlusconi). Noi italiani abbiamo un’idea decisamente arcaica e grezza di questo sport, la lingua ancora una volta è veicolo di una certa idea della realtà.

Dicevamo, perché scriverne: in primo luogo, perché lo amo. In secondo luogo, l’analisi della sconfitta è il cavallo di battaglia di ogni uomo di sinistra che si rispetti e ci sono poche cose che rappresentino meglio la sconfitta del nostro sistema paese come il gioco del calcio, tramite i risultati delle nostre nazionali, ma a ben vedere anche per le cronache che provengono dai campi di provincia. So di dire una banalità quando dico che questo fallimento è lo specchio di altri fallimenti, ben più gravi.

Primo, pensiamo che il calcio sia un gioco da uomini (e continuiamo a mantenerlo tale). O meglio, un gioco da maschi. Inutile fingere che non sia così. Il calcio è lo sport del quartiere, della parrocchia, del parco sotto casa, poi diventa lo sport della società dilettantistica di seconda categoria, poi magari dello stadio e della propria squadra di club cittadina. Tutti ambienti mascolini, ammettiamolo. Il calcio è lo sport degli insulti razzisti ai ragazzini afrodiscendenti che giocano nei nostri settori giovanili, dei pestaggi tra genitori, dell’incapacità di affidarsi ad un sistema educativo che non sia coccolare il proprio piccolo campioncino di casa come se fosse intoccabile, o peggio, dello spingere ad abbandonare chi mostra meno doti fin dal principio. Il calcio è lo sport delle minacce ai giovani direttori di gara di provincia. Il calcio è lo sport dei bar, del tifo, della violenza verbale, dell’aggressività ma anche dell’astuzia, della furbizia, dell’inganno. Il calcio è il gioco della simulazione, dell’occhiolino, della giacca al vento, del melodramma a microfoni lontani e delle frasi fatte a favore di telecamera. Il calcio è il gioco della continua contestazione dell’autorità arbitrale, federale, dirigenziale. Contestare è parte integrante del culto. Il calcio è una religione, il calcio è una fede incrollabile e guai a perderla. Il calcio è il campanile a cui aggrapparsi per tirare sassi ai campanili a fianco, come dei King Kong furibondi, ma senza tutta l’epica della favola a far da sfondo. Il calcio è lo sport delle risse in autostrada e negli autogrill, del dileggio via social network. Il calcio è triviale, bassoventrale. Il calcio è un’incontinenza verbale e d’opinione. Il calcio è fatto di procuratori senza scrupoli che riempiono la testa di marciume a ragazzotti spesso un po’ ignoranti, è la più grande società di calcio italiana per cui “vincere non è importante, è l’unica cosa che conta” e di conseguenza si comporta, è la compravendita di giocatori a cifre sempre più insensate, tanto simile ad una bolla di mercato ma che non scoppia mai, ma proprio mai. Il calcio è tutto questo, in Italia. Lasciateci tifare.

O forse no, forse è il caso che qualcuno non ce lo lasci più fare. Forse il tifo, inteso come sentimento e non come malattia (!), è l’origine e la causa di questo male? Forse è il tifo, moto irrazionale dell’animo, a permettere che non si approcci al problema del fallimento totale del nostro sistema calcio in maniera razionale, matura, funzionale? Il tifo è lo strumento tramite il quale chi tira le redini non paga mai il conto dei suoi errori (vi ricorda qualcosa?). Ce la prendiamo coi giocatori, coi singoli, con gli allenatori, con i team manager, sicuramente hanno la loro parte di responsabilità. Poi torna la Serie A, e quando non gioca c’è il calciomercato e la splendida fidanzata dell’ultimo acquisto. E che palle sta Nazionale che tanto fa schifo e anche quest’anno non andiamo ai Mondiali. Nulla cambia, tutto si ripete. E le polemiche, infinite insulse polemiche su tutto. Ci crogioliamo da anni nel nostro piccolo dramma sportivo, che nasconde quello vero, abnorme e terribile: il calcio è un movimento talmente grande e importante che muove i sentimenti, il denaro e le energie, di milioni e milioni di persone, ma lo lasciamo nelle mani di gente senza scrupoli che ne ha totalmente pervertito la natura e che sfrutta sostanzialmente la nostra arretratezza culturale.

Il calcio nasce in Inghilterra, è uno sport per gentiluomini e non è nemmeno previsto l’arbitro. Molti ragazzi in giro per l’Europa si appassionano e ne fanno la loro vita, ma sempre in forma assolutamente dilettantistica, perché essere tacciati di professionismo è un insulto grave per chi fonda il movimento. Ciascuno trova i propri riferimenti nella propria cultura, nelle proprie origini, nelle proprie tradizioni: così nascono le prime società, i loro colori, le loro epiche fondative. E sarà così fino al Secondo Dopoguerra, in sostanza.

Poi, col tempo, il calcio diventa lo sport di tutti, perché dovunque si può giocare e chiunque, ma davvero chiunque, può farlo. Basta un oggetto che rotoli e altri due a costituire i pali di una porta immaginaria. Da sport di élite bianca, diventa lo sport dei bassifondi e della povertà: Brasile, Argentina, Uruguay, Italia. Queste sono le più grandi federazioni della giovane storia del calcio, da lì vengono i fuoriclasse. Gente strappata ai suoi cari e spedita a giocare ovunque, su campi da gioco che sembrano più campi di battaglia. Calzettoni calati, sudore, estro. Chi sa solo di calcio, non sa nulla di calcio, disse uno che qualche cosa ha realizzato in quell’ambito. Il calcio è lo sport che è arrivato ovunque ed è lo sport più popolare che esista, piaccia o non piaccia. Dunque, come possiamo noi oggi lasciare che sia preda di quanto descritto sopra, davvero non possiamo essere meglio di così?

Alcuni passi avanti sono stati fatti per quanto riguarda il movimento femminile, fino ad oggi ostracizzato. Ma prima ancora che farne una questione di genere, il problema è complessivo. Se costruisci un sistema che ha come obiettivo far giocare i più piccoli, farli divertire e appassionare, da quel bacino di gioia ed entusiasmo emergeranno in maniera naturale i talenti. Un tempo questi venivano dalla strada ed erano forgiati dalla durezza dei percorsi che dovevano affrontare per emergere. Oggi non è più così, oggi tutti possono giocare in strutture più o meno organizzate e purtroppo molti hanno modelli educativi sbagliati, che li fanno sentire dei fenomeni che hanno diritto, a prescindere dall’impegno che ci mettono, ad un posto in prima squadra. Invece, da un certo punto in poi, devi premiare il merito dell’impegno e devi assolutamente lasciar fiorire la sregolatezza del talento sportivo. Le due cose devono viaggiare insieme. Il passo successivo è forse il più complicato: si tratta di spiegare alle società professionistiche che ad un guadagno sul breve periodo devono preferire la costruzione di un modello strategicamente orientato al lungo periodo. Il che significa, in soldoni, far giocare i giovani e giovanissimi, come fanno negli altri paesi europei, nelle piccole e grandi federazioni. Altrimenti com’è possibile che su una popolazione di sessanta milioni di abitanti non sia uscito un undici che sia stato in grado di battere l’undici di una nazione con cinque milioni di abitanti, ovvero la Norvegia? Il calcio non si fa solo con la statistica, ma i numeri aiutano a ridimensionare il problema e l’opportunità.

Il calcio, come ogni altro ambito della vita sociale, ha bisogno delle giuste leadership, negli uffici così come sulle panchine. Essere leader significa stimolare l’emersione delle capacità e delle qualità intrinseche del proprio gruppo, non comandare la gente a bacchetta e pretendere di costringere tutti nella propria personalissima idea tattica o di sistema di gioco. Un buon allenatore, così come un buon dirigente, sa valorizzare i propri talenti, sa metterli nelle condizioni di dare il massimo. Solo in questo modo potrà ottenere fiducia e stima, moneta di scambio necessaria per poter guidare una comunità. Infine, servono le infrastrutture adatte, sia per chi lo pratica, sia per chi lo guarda con passione dagli spalti di un impianto sportivo, sia che si tratti delle massime competizioni, sia che si giochi nella periferia del centro urbano.

Chi ama questo sport come me, profondamente, è chiamato ad impegnarsi perché le cose cambino. Perché si può e si deve fare, al più presto.

Ad un punto di svolta

Mentre in Italia siamo alle prese con il solito dibattito stagnante e ombelicale sulle nostre crisi di governo, la storia compie il suo corso e passa sopra le nostre teste. Per un mix di ignoranza, pochezza intellettuale, paura, torpore e cinismo, la osserviamo distanti, come se ciò che accade a livello internazionale non riguardasse anche noi e le nostre vite. Come se le conseguenze delle scelte altrui, che continuiamo a subire, non diventassero poi foriere di decisioni scellerate, irresponsabili e gravemente preoccupanti da parte delle nostre istituzioni. Ma più che analizzare il contenuto di quanto sta accadendo, vorrei soffermarmi su questo: provo grande preoccupazione di fronte al fatto che la stragrande maggioranza delle persone che mi circondano ignorano, o scelgano di farlo, il momento cruciale e terribile che stiamo attraversando. Mi preoccupa ancor di più che le poche persone interessate siano sostanzialmente divise in due categorie: quelle che vivono tutto attraverso una lente ideologica da un lato, dall’altro chi invece cerca di capire come tutto questo influisca sulla propria misera vita materiale, in modo subdolo e opportunistico. Come se non esistesse la possibilità di stare dentro le dinamiche del mondo restando ancorati ai propri valori e al tempo stesso tenere ben presenti le necessità stringenti che le persone vivono quotidianamente. Non si può parlare soltanto della cacciata dei Re e dei nuovi fascisti, come se questo potesse risolvere tutta la questione dell’instabilità grave generata dalla fine dell’impero occidentale sul mondo. Al tempo stesso, non possiamo solo preoccuparci del costo della vita e della benzina al distributore per avere un sussulto di indignazione, perché le cause di questi rialzi sono la morte che incombe tutto attorno ai nostri confini. La guerra nel mondo vola sulle ali dei caccia statunitensi, solca il mare grazie alle navi della Marina degli Stati Uniti, colpisce bambini e innocenti con le bombe israeliane e della Nato. Certo, loro non sono gli unici responsabili, ma senza dubbio sono i principali.

L’instabilità politica che da ottant’anni affligge le nostre esistenze, provocando dolore, morte e distruzione è generata dalle stesse potenze e dagli stessi interessi che oggi vogliono spingerci verso un conflitto globale, perché sentono che comincia a mancargli il terreno sotto i piedi. Queste entità politiche e finanziarie, questi centri di potere che si celano dietro la bandiera a stelle e strisce, ma non solo, stanno cominciando a sparare gli ultimi terribili colpi del loro dominio finora incontrastato. Come una pericolosa bestia ferita che prova a trascinare con sé più vittime possibile, questi non si arrendono di fronte alla fine della loro narrazione tossica, del loro sogno di dominio sempiterno. Ha a che fare con un’idea decisamente bianca, patriarcale, machista e possessiva dei rapporti umani e, dunque, delle relazioni con l’altro da sé. Se non puoi possedere il mondo, distruggilo.

Da questa follia sansoniana noi dobbiamo fuggire, prendere coscienza che le nostre vite, il nostro lavoro, i nostri sogni e le nostre speranze sono state usate per decenni per tenere in piedi questo mostro dalle mille teste, che è il complesso di interessi politici, economici, finanziari e forse persino delle pulsioni più triviali (Epstein files) di un pugno di uomini.

L’umanità, purtroppo, non è di molto cambiata. Sono cambiate la sua tecnologia e il suo rapporto con la natura, ma le dinamiche sono le stesse, da migliaia di anni: un piccolo gruppo di oppressori pensa di poter tenere in scacco e pretende di decidere vita, morte e miracoli di milioni e milioni di persone. Oggi influisce persino sugli equilibri naturali. Noi italiani ed europei possiamo continuare ad essere quel virus fondato sulla sete di potere e dominio, che nel corso del tempo è mutato e oggi si chiama capitalismo globalizzato, addirittura possiamo anche scegliere di continuare ad essere i carnefici in questo inizio di terzo millennio. Oppure possiamo far leva sulla parte migliore di noi, sulla Costituzione e sui valori fondanti della nostra Repubblica, e rifiutare di essere complici di questo schifo. Non possiamo più schierarci da una parte o dall’altra, perché dividerci ci indebolisce. Non possiamo più pensare di rintanarci nella nostra egoistica comfort zone, come se fosse possibile ritagliarsi un angolo di pace in mezzo a tutto questo. Dobbiamo diventare protagonisti di un cambiamento complessivo e sostanziale.

Io credo fermamente che questo non possa avvenire se non riannodiamo i fili con quelle dottrine politiche del nostro recente passato, che hanno saputo migliorare la condizione di miliardi di lavoratrici e lavoratori nel mondo, quelle idee di libertà e progresso che fanno capo al pensiero socialista, oggi corroborate e arricchite dal trans-femminismo, dall’ecologismo e da tutte quelle contro culture nate per la pace, la solidarietà, il bene comune. Siamo ad un punto di svolta: le persone che per vivere devono lavorare sono chiamate nuovamente a cambiare il corso degli eventi, per il bene di tutte e tutti.

Cittadinanza, diritto di soggiorno e diritto d’asilo

Per lungo tempo si è dibattuto, e tuttora se ne discute, su come regolamentare l’accesso alla cittadinanza italiana e il diritto all’accoglienza nel nostro paese. Questo tema è fondamentale per chiunque voglia proporre un orizzonte di futuro a questa comunità. Faccio seguito a quel dibattito e mi scuso se la proposta apparirà poco articolata: non sono un giurista di formazione, ma un economista, dunque prediligo un approccio più pratico al problema, anziché onnicomprensivo delle singole specificità e dei dettagli. Ogni contributo che arricchisca il quadro e completi la proposta è ben accetto, purché si inserisca nel solco dei valori qui delineato: i confini sono per natura stessa porosi e devono esserlo, non sono muri né steccati, inoltre il dovere di ospitalità è antico come la storia delle civiltà europee e non possiamo rinnegarlo, perché fa parte del nostro DNA.

Cittadinanza

Di qui ai prossimi decenni la Repubblica vedrà diminuire i propri abitanti, a causa della bassissima natalità. Questo comporta una serie di problemi ben noti, innanzitutto la sostenibilità del nostro sistema economico e di previdenza sociale: il famoso, chi pagherà le nostre pensioni? Questa teoricamente apparirebbe come la prima ragione pratica per mettere in campo tutte le misure utili a invertire questo trend. Questo se ci immaginiamo il mondo di domani identico, o quasi, al mondo di oggi. Eppure, molti indicatori ci dicono che le cose potrebbero cambiare profondamente nel frattempo: il riscaldamento globale sta provocando rapidi e pesanti sconvolgimenti in tutta Europa, le conseguenze del cambiamento climatico quali disastri naturali, fenomeni meteorologici estremi e siccità compromettono le parabole di sviluppo sic stantibus rebus. A ciò si aggiunga l’evoluzione tecnologica del sistema di produzione, con la comparsa delle Intelligenze Artificiali nelle mani degli oligarchi speculatori di mercato. Per non parlare della guerra, tornata prepotentemente al centro del dibattito e che sta già condizionando le nostre vite. Dunque, come saranno composte le nostre comunità fra 30, 50 o 70 anni? Come vivremo? Cosa vorrà dire lavorare e andare in pensione?

Per tutte queste ragioni, non è possibile fare un discorso puramente pratico, quando si parla di cittadinanza. Bisogna necessariamente parlare di valori e di ciò che riteniamo giusto. Io ritengo giusto che una persona che nasce in Italia da genitori stranieri non cittadini italiani e che completa un ciclo di studi che la metta nelle condizioni di esercitare pienamente la propria cittadinanza, avendo quindi la possibilità, tramite il sistema di istruzione pubblica, di sviluppare i mezzi per comprendere criticamente la realtà, debba poter scegliere di essere cittadino italiano, senza ulteriori condizioni di nessun tipo. Questo ciclo di studi deve, a mio avviso, terminare con l’ottenimento della licenza media, a fronte di una profonda riforma del sistema scolastico di cui vorrei parlare in un secondo articolo, dunque attorno all’età di 16 anni, perché la proposta di società che dobbiamo realizzare abbracci complessivamente tutti gli aspetti del vivere comune.

Diritto di soggiorno e diritto d’asilo: in una parola, accoglienza

Anche in questo caso, la bussola è costituita da ciò che riteniamo giusto e dal modo più efficace per realizzarlo. Dunque, da qualunque nazione tu provenga, qualunque sia il modo col quale raggiungi le sponde italiane, se hai un documento che possa attestare la tua identità verrai accolto nel nostro paese e la tua permanenza sul territorio sarà un percorso che faremo insieme, persona migrante e popolo italiano tramite le sue istituzioni. Questa premessa va’ fatta sulla base della situazione attuale: è molto difficile ottenere dei visti regolari dai paesi di provenienza, dunque le persone spesso scelgono di affidarsi ai trafficanti di esseri umani, percorrendo tratte impervie e pericolose, che segnano indelebilmente la loro esistenza in modo traumatico. Dunque, prima di ogni altra cosa il governo italiano dovrebbe assolutamente facilitare il rilascio dei visti da parte delle ambasciate presenti sul territorio dei paesi d’origine. Questi visti potranno essere di diverse tipologie, ma questo lo vedremo in seguito quando parleremo del diritto di soggiorno e asilo. Il punto è che innanzitutto vanno aperti canali legali e sicuri per permettere alle persone di spostarsi più liberamente.

Volendo lasciare da parte le inutili e fastidiose complicazioni normative europee di cui dovremmo fare a meno, perché costituiscono solo delle pastoie burocratiche restrittive delle libertà universali dell’essere umano, nel momento in cui la persona migrante arriva sul nostro territorio per prima cosa deve avere diritto di dichiarare perché ha scelto di giungere qui, se per motivi di studio, di salute, di lavoro, per ricongiungersi ad un familiare stretto o se ha deciso di fare richiesta per la protezione internazionale ottenendo lo status di rifugiato. In secondo luogo, se necessita di cure, di sostegno economico e se non ha già un posto dove stare, la persona migrante verrà trasferita in un centro di accoglienza. Questi vanno predisposti su tutto il territorio nazionale, sparsi in tutti i comuni che sceglieranno di partecipare a questo progetto su base volontaria, progetto che deve essere finanziato con fondi pubblici ministeriali ma che richiedono un’espressa volontà da parte di ciascuna comunità locale, tramite le sue istituzioni cittadine, di farsi carico di alcuni “ospiti stranieri”. Questo per rafforzare il principio antichissimo secondo cui è dovere morale accogliere lo straniero ed offrirgli un riparo, ma non essendo noi autorità morali di alcun genere dobbiamo innanzitutto chiedere un atto di responsabilità da parte delle persone. Un territorio e una comunità non sono un puzzle a cui si possa aggiungere liberamente un pezzo, ma piuttosto un ecosistema in cui ogni singola persona sposta equilibri e fa la differenza, nel bene e nel male. Serve quindi un’espressa volontà di accogliere questa dinamica trasformativa, che è intrinsecamente connessa al principio di cura e accoglienza. Questi centri di accoglienza devono essere quindi spazi adeguati alle diverse tipologie di soggetti migranti, siano essi singoli adulti, minori, nuclei familiari, persone con disabilità, soggettività non binarie e così via. Inoltre, dovranno essere di dimensioni adeguate, il che significa che saranno fondamentalmente appartamenti, ma anche strutture ricavate da edifici dismessi e recuperati per le finalità dell’accoglienza, così come spazi donati da fondazioni, enti privati, curie. Ciò che conta è che abbiano le caratteristiche di abitabilità, igiene, sicurezza e convivialità per il numero e la tipologia di persone che si è scelto di assegnarvi. Oltre al buon senso, esistono convenzioni, regolamenti e criteri a livello internazionale a tutela di questi principii, basterà farvi riferimento senza eccezioni o compromessi al ribasso.

Ma veniamo ora alla materia giuridica. All’arrivo, alla persona migrante sarà chiesto di dichiarare il motivo per il quale è giunto nel nostro paese. Al di fuori di motivi puramente turistici, che ovviamente ora non ci interessano:

  • Se la persona migrante dichiara di venire in Italia per motivi di studio, la durata del suo permesso di soggiorno sarà pari al percorso di studi che ha scelto di intraprendere, fino alla sua conclusione entro tempi certi
  • Se la persona migrante dichiara di venire in Italia per motivi sanitari, avrà la possibilità di rimanere in Italia per tutto il tempo necessario a che le sue esigenze sanitarie siano risolte
  • Se una persona migrante dichiara di venire in Italia per motivi economici, avrà un anno di tempo per trovare un impiego e un’abitazione stabile; al termine di quell’anno potrà chiedere una proroga, purché questi due criteri siano rispettati, e di anno in anno potrà permanere sul territorio nazionale
  • Se una persona migrante dichiara di venire in Italia per ricongiungimento familiare ad un parente stretto (genitore, figli*, coniuge o partner) otterrà automaticamente lo stesso status giuridico della persona a cui si ricongiunge, posto che non decida di presentare domanda di soggiorno o asilo per altri motivi; nel caso coloro ai quali si ricongiunge siano già cittadini italiani, potrà restare sul territorio con permesso per ricongiungimento, fino all’ottenimento dei requisiti per fare anch’egli richiesta di cittadinanza

Per tutte queste categorie, dopo il decimo anno di permanenza sul suolo nazionale con regolare permesso di soggiorno la persona migrante potrà richiedere la cittadinanza italiana. Chiaramente chi giunge per motivi di studio dopo un certo numero di anni terminerà il suo percorso: potrà a quel punto rimanere per trovare lavoro, o magari perché nel frattempo si è innamorato e desidera costruire una famiglia. Lo stesso può valere per chi sceglie di venire in Italia a curarsi.

La lunghezza di questo tempo di attesa, pari a dieci anni, è certamente arbitraria, ma per chi scrive è altresì congrua con una reale e convinta volontà di entrare a far parte di una comunità, fatta di diritti e doveri. L’unica cosa che potrà essere d’ostacolo all’ottenimento di questa cittadinanza, così come alla permanenza sul suolo nazionale in generale, è aver subito condanne penali. Se la persona migrante viene condannata da un tribunale italiano, una volta scontata la pena verrà immediatamente rimpatriata. Se giungerà in Italia con condanne penali da scontare, verrà respinto solo se sono condanne per reati previsti anche dal nostro codice penale. Il tema del diritto penale e della pena, così come della reclusione in carcere, è uno di quei temi fondamentali che verrà trattato in un altro articolo, perché si possa effettivamente dare a chi legge l’immagine di un sistema coerente con i valori di fondo dell’ideologia che ispira queste proposte. Questo approccio può sembrare eccessivamente autoritario e securitario, ma essendo un tema delicato non è detto che le etichette e le definizioni comuni siano corrette, motivo per il quale qui è solo accennato e verrà ripreso nella sua complessità in un secondo momento.

Quanto detto finora varrà anche per coloro i quali faranno richiesta di protezione internazionale con lo status di rifugiato, ma la fattispecie richiede un esame diverso e particolare: coloro i quali faranno domanda per esercitare il diritto d’asilo saranno automaticamente accolti sul territorio e otterranno lo status di rifugiato nel momento in cui sarà verificato che provengono da paesi in cui non vengono rispettati tutti i diritti e le garanzie che la Costituzione italiana prevede per i suoi cittadini, nonché tutti i diritti e le garanzie a tutela della dignità umana previste dalle carte internazionali dei diritti umani che l’Italia ha sottoscritto. Questo permesso di soggiorno di lungo periodo come rifugiato avrà la durata di 5 anni, rinnovabile per altri 5, convertibile anche in permessi diversi quali permesso di lavoro o di cura allo scadere di questi. L’elenco dei paesi “non sicuri”, per riassumere il concetto, sarà stilato in tempo reale dai ministeri nazionali competenti, sulla base degli eventi bellici, delle carestie, delle siccità, degli sconvolgimenti naturali, delle epidemie, delle persecuzioni per i più svariati motivi e via dicendo, di cui di volta in volta il governo italiano verrà a conoscenza tramite le sue reti informative. Questo eliminerà una quantità enorme e inutile, quanto costosa, di passaggi burocratici. L’umanità è un valore molto più importante del potere di controllo e selezione all’ingresso di una Repubblica che si dica democratica e libera. Sappiamo, ad esempio, che in Libia, in Sudan o in Siria non sussistono le condizioni per molte persone di vedere garantiti i propri diritti come esseri umani, ancor prima che come libici, sudanesi o siriani. Dunque, non c’è bisogno di fare interrogatori o casting spesso lesivi e intrusivi, lo status di rifugiato e la protezione vanno garantite senza se e senza ma, immediatamente. Una volta inserite queste persone nei percorsi di accoglienza, sarà cura degli enti preposti alla loro gestione aiutare queste persone nel loro inserimento nel tessuto sociale del territorio, creando le condizioni di una loro indipendenza e autonomia complessiva nel più breve tempo possibile. Questi enti gestori devono essere parte della pubblica amministrazione o possono essere enti di diritto privato come oggi? Io credo che per un settore così importante e delicato, coloro i quali lavorano devono sapere che rappresentano la Repubblica e la Costituzione italiana, dunque è bene che siano lavoratori del settore pubblico direttamente assunti.

Per coloro i quali non provengono da uno dei paesi nell’elenco dei paesi non sicuri, oltre a poter richiedere il permesso di soggiorno per altri motivi, come quello per lavoro, sarà data la possibilità di vedere analizzato il proprio caso da una commissione competente, la quale deciderà se l’eventuale richiesta di protezione internazionale potrà essere accolta ugualmente. 

Per quanto riguarda i minori non accompagnati, credo sia giusto predisporre dei percorsi specifici di accoglienza che prescindano da alcun criterio restrittivo, fondati sui principi costituzionali e internazionali a tutela dell’infanzia, come già oggi avviene. Al tempo stesso ritengo utile, a partire dal sedicesimo anno fino al raggiungimento della maggiore età, accompagnare il minore verso una scelta consapevole rispetto a quale tipo di permesso di soggiorno o permesso d’asilo richiedere una volta adulto, sulla base dei suoi bisogni, delle sue aspirazioni e delle sue possibilità. Qui il compito di educatori e servizi sociali sarà davvero centrale, perché a loro spetterà il compito fondamentale di accompagnamento del minore verso lo sviluppo di una maturità e di una consapevolezza sulla propria condizione, nonché di speranza per le proprie prospettive future.

Infine, su cosa concentrare le risorse destinate ai percorsi di accoglienza? Io credo sia necessario concentrare le risorse sul sostegno economico iniziale e nella ricerca di un lavoro dignitoso e di una casa, nell’alfabetizzazione e nell’inserimento in percorsi di cura tramite il Servizio Sanitario Nazionale e gli altri servizi del territorio, ove necessario. Il tutto volto al più rapido ed efficace ottenimento dell’indipendenza dei soggetti migranti. In secondo luogo, risulta certamente importante inserire le persone in reti sociali sane, tramite l’impegno dell’associazionismo locale e delle realtà di volontariato. Questo può essere fatto direttamente con fondi nazionali e sostenuto dallo sforzo organizzativo degli enti gestori, dei loro operatori e professionisti. Tutto il resto è giusto che siano i singoli territori e comuni ad occuparsene, con fondi propri e sulla base di iniziative legate alle reali opportunità delle realtà locali. Ci sono infatti persone che vivono nei centri d’accoglienza avendo possibilità economiche di molto superiori ai lavoratori stessi delle cooperative che si curano di loro, inoltre sono previste agevolazioni e coperture di spese che francamente non hanno motivo d’essere visto che spesso i beneficiari stessi dei percorsi d’accoglienza non sembrano interessati a farne utilizzo. Le persone migranti non vanno vittimizzate e non bisogna spingerle ad approcci assistenzialisti, anche perché loro per prime spesso desiderano divincolarsi da questa immagine che viene loro calata addosso. La gran parte di queste persone arriva in Italia col desiderio di vivere una vita maggiormente dignitosa grazie alle proprie risorse e desidera poterlo fare in un contesto di maggiore sicurezza, spetta a noi creare le condizioni perché questo accada, ponendo sempre al centro il loro protagonismo.

Il più grave crimine contro l’umanità

https://www.ilpost.it/2026/03/26/onu-risoluzione-tratta-schiavi-crimine-umanita/?homepagePosition=6

Negli ultimi cinque secoli abbiamo vissuto un grave squilibrio. I popoli europei e i loro più diretti discendenti hanno portato ingiustizia, violenza, sopraffazione, morte e distruzione in ampia parte del mondo, tramite il fenomeno del colonialismo. Gli effetti diretti di queste azioni, tuttora in corso, si vedono chiaramente ai giorni nostri. E sebbene qualcosa sia stato fatto in anni più recenti per restringere la forbice che separa i paesi dell’Occidente politico ricco e iper-avanzato (sulla base delle dinamiche di sviluppo capitalistico) dai paesi del Sud, i paesi ex coloniali e appartenenti ai continenti aggrediti dalle conquiste europee, questo non è abbastanza. La risoluzione votata a larga maggioranza dai paesi facenti parte dell’assemblea delle Nazioni Unite, come riportato dall’articolo il cui link trovate in testa a questo pezzo, la quale sancisce che il più grave crimine contro l’umanità sia stata la tratta forzata degli schiavi dall’Africa alle Americhe, è il primo passo verso un nuovo equilibrio. Spetta ai paesi protagonisti o complici di questa immane atrocità fare tutto ciò che è in loro potere per riparare a questo gravissimo danno. Il primo passo è riconoscere queste responsabilità, il secondo è agire per ripararvi singolarmente e collettivamente, il terzo è divincolarsi da tutte quelle situazioni in cui ancora oggi siamo invischiati per dovere di sudditanza all’imperatore di questo mondo malato e distorto: gli Stati Uniti d’America, il frutto più evidente e al tempo stesso più tossico di quel lugubre e terribile fenomeno storico-politico.

Dal Secondo Dopoguerra ad oggi, gli USA sono la più grave minaccia alla stabilità e alla pace globale, oltre che il più fulgido esempio di stato segregazionista e razzista. Fondato sul genocidio dei popoli nativi americani, costruito con il sudore e il sangue degli schiavi africani, i cui discendenti ancora oggi soffrono e sono oppressi, gli Stati Uniti sono per costituzione una nazione malata, che esporta la sua tossicità a suon di bombe e speculazione finanziaria, aggressività geopolitica e commerciale, manipolazione psicologica e culturale. Il suo cane rabbioso, lo Stato d’Israele, promanazione della forza politica ed economica del pensiero sionista negli States, sono oggi i protagonisti del più grave genocidio della storia contemporanea, ai danni del popolo di Palestina. Io, in quanto cittadino italiano ed europeo, intendo fare tutto ciò che è in mio potere per recidere una volta per sempre ogni tipo di legame con queste due entità nazionali, oltre che pretendere dai miei governi un diverso atteggiamento nei confronti della questione da cui è originata l’iniziativa dei paesi ex-coloniali. L’Italia non deve più avere nulla a che fare con Israele e con gli Stati Uniti, che non sono mai stati paesi alleati e amici, ma solo dei padroni violenti. Deve invece costruire relazioni solide con tutte le nazioni che dimostrano un atteggiamento di mutuo aiuto, nella piena autonomia reciproca. Contestualmente, dobbiamo agire per spezzare la gerarchia delle nazioni nata in epoca moderna e che ci pone tutte all’interno di una piramide di potere, la quale piramide di potere avvantaggia ovviamente solo chi sta in cima. Questo e solo questo significa abbracciare i diritti umani e il diritto internazionale, farne la propria bussola per il futuro. Il nostro dovere davanti alla Storia è tentare di rimediare a quanto di male abbiamo fatto finora.

VIVA ALLENDE, VIVA SANKARA, VIVA ZAPATA, VIVANO SEMPRE TUTTE E TUTTI COLORO CHE SI SONO OPPOSTI AI MASSACRATORI AMERICANI, EUROPEI E SIONISTI. E VIVA IL SOCIALISMO, UNICA DOTTRINA POLITICA CHE PUÒ PORTARE I POPOLI DEL MONDO FUORI DALLA BARBARIE!

Una Costituzione transfemminista

Così come la cultura repubblicana nasce e si fonda a partire da una cornice comune di valori e principi, frutto dell’esperienza della lotta contro la privazione dei diritti, così la cultura transfemminista oggi, per compiere quel passo decisivo che le serve fare, richiede la costituzione di una carta fondamentale dei valori, sia essa scritta o meno, purché sia condivisa dalle protagoniste di questa battaglia. E’ infatti a partire da questa che la sua cultura, volendo scegliere consapevolmente di abbracciarla, potrà diffondersi oltre i confini di spazio e di tempo a cui oggi è ancora confinata. Da quella cornice culturale, fondata su principi e valori che è compito delle transfemministe metter nero su bianco, solo e soltanto loro, discenderanno pratiche, azioni, usi, costumi, consuetudini e via dicendo. Esattamente come la Costituzione della Repubblica Italiana vive sulle gambe, per mano e per voce di coloro i quali ne interpretano i valori nella vita di tutti i giorni, lo stesso dovrà valere per la Carta delle Transfemministe. Poiché, a fronte di battaglie combattute e vinte, quantomeno a livello culturale, riguardanti il salario e i carichi familiari di cura, esiste ancora un vasto mondo di relazioni, conflitti, linguaggi e abitudini in cui il transfemminismo è assente, a volte duramente boicottato, a volte consapevolmente ignorato. Pensiamo alle scuole e all’ambito educativo, alla cultura sportiva, a tutti quei mondi in cui la mascolinità tossica è sempre stata in auge o sta tornando prepotentemente, come nella musica. E’ necessario costruire un linguaggio comune e condiviso, fatto di buoni costumi e senso del limite, come nei secoli passati fu delineato e definito il galateo borghese. Una cultura che nasce dalla mente e dal cuore di un’avanguardia transfemminista e diventa cultura popolare di massa. Questo credo sia il miglior modo per mettere a frutto decenni, se non secoli, di battaglie sociali, politiche e civili delle femministe di ogni tempo. Uscire dagli steccati, arrivare a tutte le fasce sociali. Come? Attraverso assemblee transfemministe in ogni luogo di lavoro e di formazione: nelle scuole, nelle aziende, negli uffici, nelle fabbriche.

Questo spazio esclusivo e di avanguardia non può concludere ed esaurire il compito rivoluzionario che l’evoluzione storica ha consegnato alle donne. Uno spazio separatista femminile va’ necessariamente corroborato da spazi separatisti maschili, in cui il maschile tossico e sovracostruito viene smontato pezzo a pezzo, per far emergere e fiorire un maschile vero, sincero, naturale, forte e fragile al contempo, scevro dai dogmi del passato e capace di abbracciare sé stesso, capace di volersi bene. I separatismi servono per affrontare la questione femminile e la questione maschile in modi e tempi differenti, poiché differente è il livello di consapevolezza dei due campi: se le prime sono ormai nella fase matura della propria rincorsa verso un orizzonte nuovo, con un vasto e ricco bagaglio esperienziale e narrativo, quello dei secondi è tutto da costruire, sulla scorta degli insegnamenti che possiamo trarre dalla parte femminile e al contempo capace di disegnare la propria autonoma parabola. A far da sintesi servirà, poi, un terzo spazio, uno spazio comune, in cui i saperi vengano condivisi, in cui i punti di vista possano incontrarsi, in cui si creino le condizioni perché la cultura transfemminista d’avanguardia diventi effettivamente cultura transfemminista di massa.

Costituzione transfemminista, diffusione di una morale nuova e condivisa, dunque della cultura d’avanguardia disintossicata dalla mascolinità patriarcale e misogina, sperimentazione degli spazi separatisti e degli spazi di condivisione nei luoghi della formazione e del lavoro. Infine, l’ultimo atto: coinvolgere tutte e tutti, anche i più recalcitranti, in questa comunità di cura, inizialmente sperimentale, col tempo sempre più istituzionalizzata. Per quanto traumatico, questo genererà un effetto che emergerà con forza sempre maggiore: se attorno a te hai decine, centinaia, migliaia di persone che abbracciano una cultura e una certa educazione, quindi un certo modo di stare in mezzo agli altri, ogni tua deviazione da quel costume sarà facilmente identificabile. Non serviranno dure leggi o punizioni severe, basterà il meccanismo della pressione sociale e del senso di vergogna individuale. Credo che ciò possa far storcere il naso a qualcuno, poiché far leva sulla pressione sociale e sul senso di vergogna può apparire come un modo violento di imporre un codice nuovo. Eppure, di fronte alla violenza del femminicida, di fronte agli abusi quotidiani, di fronte a tutto il dolore provocato dalla cultura patriarcale, credo che un sano senso di vergogna, un imbarazzo cocente di fronte ad un proprio limite, quando sottolineato comunitariamente, sia il prezzo che una società debba essere disposta a far pagare al singolo, pur di salvare centinaia di migliaia, se non milioni di vite. O anche soltanto una. Dunque diffondere e includere, ma anche redarguire e correggere, con fiducia ed un severo approccio critico, eppure costruttivo. Sulla base della mia esperienza credo infatti che, in particolare per gli uomini, imparare a vergognarsi dei propri atti, dei propri pregiudizi, delle proprie cattive abitudini, sia un buon sistema per mettersi in discussione ed evolvere verso un modo nuovo di essere. Un modo d’esser uomini di cui andare fieri, che sappia abbracciare e accogliere quanto c’è di buono e sano, che sappia levarsi via di dosso quanto di malsano ci è stato tramandato per secoli.

Pedagogia politica di un No

Pedro Sanchez, primo ministro socialista del Regno di Spagna, ci sta dimostrando che è possibile dire “no” e ci dà la possibilità di osservare gli effetti di quel “no”. Ci dimostra che è possibile stare nel consesso internazionale, dentro agli accordi attualmente in vigore, dentro la cornice delle istituzioni internazionali di cui il suo paese fa parte, senza genuflettersi al più forte, senza arrendersi alla logica del mercato selvaggio, senza venir meno ai propri principi e valori costituzionali. Questo articolo non è una sbrodolata dichiarazione di ammirazione esterofila per un leader straniero, vuole solo citare un esempio. Essere socialisti in questo clima geopolitico turbolento e pericoloso, in Europa e nella Nato, nel XXI secolo, significa imparare a dire no e significa far seguire a quel no un comportamento coerente, fermo e sicuro.

Le destre liberali e progressiste italiane, che si autodefiniscono “sinistra” ma che evidentemente non lo sono (vedi il precedente articolo), sono capaci soltanto di recitare la parte dell’indignazione urlata dai banchi del Parlamento o tramite caustiche frecciate lanciate verso i leader dello schieramento opposto, le destre reazionarie e conservatrici. Oltre a questa ostentata e presunta superiorità morale di cui si fregiano, non sono in realtà capaci di agire coerentemente. Più il tono della loro predica è duro, meno saranno capaci di dar seguito con fatti concreti e scelte tangibili a quel posizionamento, infine del tutto retorico. L’altra faccia della medaglia sono le sinistre movimentiste, le sinistre nostalgiche del blocco sovietico e della guerra fredda, capaci soltanto di abbracciare un diverso tipo di imperialismo per darsi un tono e trovare spazio. Sinistre che sono incapaci di intercettare i desideri, i bisogni e le aspettative popolari, che ad ogni tragedia internazionale reagiscono con un furore retorico giusto di un’ottava più alto rispetto alle destre liberali e progressiste, che spesso e volentieri si affiancano al teppismo di piazza e alla guerriglia urbana (rigorosamente a volto coperto) contro le forze dell’ordine, ma che sono fondamentalmente funzionali allo status quo. Recitano la loro parte e poi tornano a casa, sentendosi un po’ meglio con sé stesse e avendo fatto la loro piccola e ininfluente rivoluzione.

Possibile che in Italia dobbiamo accontentarci di questo? Possibile che invece non possiamo costruire le condizioni di un “no” fermo, calmo, sereno e convinto? Senza urla, senza strepiti inutili, senza indignazione, senza molotov o cassonetti bruciati. Un semplice e inequivocabile “no”, a cui far seguire fatti concreti e misurabili, comprensibili e visibili alle persone. Io ritengo sia giunto il momento di attuare questa concretezza, questa serietà, questa trasparenza.

Siamo convinti di voler restare nella Nato, quando questa fa di tutto per scatenare il conflitto con le forze avversarie dell’imperialismo statunitense, esponendo la classe lavoratrice e il paese intero a rischi enormi?

Siamo convinti di voler restare ancorati a questa Unione Europea e alle istituzioni finanziarie dell’Euro, quando questa è ad oggi impantanata nella missione impossibile di tenere insieme i valori costituzionali con gli interessi del mercato e dei suoi stakeholder interni e internazionali? Quando è lanciata in una goffa rincorsa al riarmo, per non farsi scavalcare dall’Alleanza Atlantica e divenire ancora più ininfluente a livello geopolitico?

Siamo convinti che la “transizione ecologica” sia possibile alle condizioni attuali, inseguendo ancora una volta le logiche del mercato e del profitto, in una cornice continentale che sta cambiando, con la Commissione Europea che torna sui suoi passi, rinnegando la decarbonizzazione e molte delle politiche ambientali immaginate per il prossimo futuro?

A queste domande dobbiamo rispondere, perché la contingenza storica lo richiede. La classe lavoratrice italiana è pronta, consapevole, informata? Io temo di no, temo non comprenda nemmeno l’importanza di prendere posizione su questi temi, che riguardano la nostra vita e il nostro benessere concreto, reale, immediato. Chi vi scrive è spaventato, teme di dover scegliere ancora una volta tra il proprio piccolo patetico interesse particolare e i valori costituzionali di pace, dignità dei popoli, rispetto dei diritti umani. Ma la verità è che questa è una falsa scelta. Questi sono solo apparentemente in contrasto, perché in realtà l’unico modo per perseguire il bene collettivo della classe lavoratrice italiana è imparare a dire “no”, rimanendo fedeli ai propri principi repubblicani.

Imperialisti e Repubblicani

Le destre utilizzano la guerra come principale mezzo per imporre la propria visione politica sul piano internazionale. Le destre prediligono la violenza nella repressione del dissenso interno alle singole nazioni. Le destre utilizzano la forza geopolitica del proprio apparato militare e finanziario per abbattere il nemico di turno. Le destre sono il principale alleato dell’industria bellica e di tutti coloro che possono lucrare sulla violenza interna alle nazioni e sul piano internazionale. Dunque, le destre sono il principale avversario della classe lavoratrice e in generale delle classi popolari, ovvero delle principali vittime di questo apparato ideologico e strategico.

Ora, sulla base di questa serie di assunti, dobbiamo agire controintuitivamente rispetto ad una facile lettura di quanto sta accadendo e di quanto è accaduto in passato. Per riconoscere ciò che è definibile come “destra politica” non è sufficiente ragionare per conoscenze precostituite o basarsi sulle (auto)dichiarazioni dei singoli soggetti politici. Bisogna analizzare i comportamenti al di là delle etichette, per riconoscere i nemici delle classi popolari e lavoratrici. Facendo riferimento alle categorie che conosciamo, purtroppo è facile osservare come i cosiddetti liberali e progressisti, a ben vedere, non sono molto diversi dalle destre populiste reazionarie. A dirla tutta, il pensiero liberale crea le condizioni sociali ed economiche, dunque culturali, per l’emersione del sentimento della destra. Liberare il mercato e le sue forze devastatrici, sdoganare l’egoismo individualista e la sua fame di accumulo significa, in un mondo con risorse finite e sempre più competizione interna alle nazioni e a livello internazionale, creare le precondizioni ideali per l’odio, la paura, lo smarrimento, la frustrazione, l’isolamento, tutti sentimenti di cui si ciba la grande macchina della propaganda delle destre per riportare in auge la violenza politica e dettare il suo gioco. A ciò si aggiunga che liberali e progressisti, in realtà, la guerra la fanno più che volentieri e si indignano poco o nulla per la repressione del dissenso interno alle nazioni, di solito. Dunque, chi governa l’occidente è senza dubbio alcuno facente parte di una vasta sfumatura di destra, che io definisco in questa maniera: c’è la destra che manipola e si finge vicina ai bisogni popolari, ovvero i progressisti e liberali, e c’è la destra che manipola la paura del diverso e alimenta l’odio per il nemico da abbattere. Due forme di manipolazione differenti, ma pur sempre due forme di manipolazione, che intossicano il dibattito pubblico e il giudizio del corpo elettorale.

La consapevolezza che la classe lavoratrice deve assolutamente acquisire e diffondere è la seguente: la distinzione destra e sinistra per comprendere il posizionamento politico del proprio partito di riferimento o del proprio governo è fallace e ingannevole ai nostri giorni, poiché la principale discriminante è invece quella che separa e divide da un lato l’ideologia imperialista, dall’altra l’ideologia che potremmo definire repubblicana. Chi sono gli imperialisti? Coloro i quali non hanno alleati ma considerano i partner degli utili servi, alla meglio degli strumenti con cui perseguire i propri obiettivi. Gli imperialisti sono coloro che non hanno alcun rispetto del concetto di limite e non esitano ad utilizzare qualunque forma di coercizione contro i propri avversari. Gli imperialisti sono coloro i quali hanno in totale spregio la vita umana degli innocenti e l’equilibrio ecologico naturale. Gli imperialisti, fingendo di tutelare gli interessi nazionali, agiscono avendo come principale scopo l’arricchimento dell’apparato di potere che si cela dietro le quinte della loro scenografia politica. Viceversa, i repubblicani sono coloro che valorizzano la diplomazia e la pace, mantenendo un rapporto di parità con i propri vicini e alleati. I repubblicani mettono al centro la sovranità popolare ed il benessere delle classi lavoratrici senza che questo prevarichi i legittimi interessi altrui e gli equilibri naturali, consapevoli che questi, se non venissero rispettati, porterebbero uno squilibrio nell’approvvigionamento delle risorse utili a mantenere standard adeguati e dignitosi di vita. I repubblicani credono nel valore del dono e dello scambio per mantenere sani e solidi rapporti internazionali, convinti che il benessere dei propri vicini è anche il proprio benessere. I repubblicani difendono l’autodeterminazione dei popoli, senza se e senza ma.

È solo attraverso queste lenti che si può interpretare correttamente il mondo e decidere da che parte stare: dalla parte dei repubblicani, ovvero dalla parte della cultura politica costituzionale. In questo modo, la classe lavoratrice potrà  sfuggire dalla trappola del coinvolgimento e della complicità nella guerra tra opposti imperialismi.