Perché è necessaria una mobilitazione eco-socialista e trans-femminista permanente per il clima

Questo testo l’ho scritto due anni e mezzo fa, ma lo trovo ancora molto attuale. Buona lettura.

Il numero 1496 della rivista Internazionale, uscito in data 27 gennaio 2024, reca un titolo molto evocativo, “La truffa delle emissioni”. Fa riferimento ad un articolo apparso su Die Zeit, un giornale tedesco, riguardo il mercato delle emissioni di CO2. Molte volte è capitato che la redazione scegliesse degli approfondimenti dedicati al disastro climatico in corso o al riscaldamento globale. Questo articolo, però, mi ha colpito in modo particolare: descrive come il sistema finanziario basato sulla compravendita dei diritti ad inquinare sia una truffa per il pianeta grazie alle maglie larghe della regolamentazione internazionale in tema di emissioni clima-alteranti di CO2. Questa regolamentazione, infatti, risulta parecchio flessibile e dà luogo al rilascio di certificazioni sostanzialmente contraddistinte da iniziative di compensazione del tutto fittizie. Chi si occupa di rilasciare queste certificazioni recanti i diritti ad inquinare, inventandosi di sana pianta una qualche iniziativa in un angolo sperduto del pianeta che prometta di non emettere o di poter riassorbire quello stesso quantitativo di tonnellate di gas nocivi per cui la multinazionale X ha pagato, è tre volte su quattro una modesta ONG di Washington, la cui sede si trova al decimo piano di un edificio del tutto anonimo. Si chiama Verra, in pochissimi pare la conoscano, ma presto anche molti governi si appoggeranno direttamente a lei. Lo staff di questa organizzazione controlla i tre quarti di un mercato miliardario. Ancora una volta, le grandi compagnie di tutto il mondo sfruttano il paravento offerto da una soluzione istituzionale ai problemi direttamente conseguenti dal modello produttivo capitalistico globale e beneficiano di una discreta libertà a fronte di un modico esborso. Scambiano il loro diritto a continuare ad inquinare e fare profitti con la nostra salute e la salute del pianeta.

La portata di questa rivelazione, agli occhi di un umile economista come me, è paragonabile a quella della crisi finanziaria del 2007-2008 per gravità e impatto globale. Quando studiavo economia all’Università di Bologna ho analizzato direttamente il seguente problema durante uno degli insegnamenti principali: come è possibile far rientrare nell’economia del sistema l’esternalità generata dalle emissioni nocive da parte delle compagnie (pubbliche o private, poco importa) in termini di costo per la collettività, facendola pagare però ai singoli produttori? Circa undici anni fa, la soluzione del mercato delle emissioni risultava la risposta più quotata per quanto riguarda i gas serra, perché sembrava poter contenere il problema permettendo di riassorbire quell’esternalità negativa in termini di costo. A posteriori, quella soluzione di mercato risultava “sostenibile” solo in termini economici, rientrante quindi nella dinamica costi e benefici monetizzabili. Oggi sappiamo perfettamente che questa non è la soluzione adatta per ridurre le emissioni, per tutta una serie di motivi di carattere scientifico. A questo, però, si aggiunge che ci stanno prendendo in giro. Stanno truffando il mondo. Quel mercato è del tutto fasullo. Non c’è nessuno scambio e nessuna compensazione. Le emissioni continuano ad aumentare a fronte di un esborso del tutto sostenibile per le casse delle grandi società. Chi detiene lo status quo non solo non è in grado di riformare il sistema, ma proprio non vuole farlo, non gli interessa. E questa è la prova definitiva, se mai ce ne fosse stato bisogno. Ai mercati non interessa nulla della crisi climatica e non interesserà mai. A chi fa gli interessi dei mercati, in particolare di quello finanziario, men che meno, come la gran parte della classe politica occidentale.

Da qualche tempo sto frequentando sempre più assiduamente i movimenti ambientalisti del mio territorio, in particolare uno di questi. Da anni mi informo e sto sviluppando la mia coscienza ambientalista: da un lato lavorando su consapevolezza e conoscenza, dall’altro su azioni e pratiche quotidiane. Nel corso dei miei studi ho affrontato queste tematiche da punti di vista diversi, come ho poc’anzi descritto con un esempio molto specifico. Nella mia tesi di triennale ho analizzato, seppur in maniera elementare, la questione del TAV Torino-Lione, finendo a discutere con la presidente di commissione poiché ero giunto a conclusioni che a lei evidentemente non piacevano granché. Ho infine partecipato direttamente a diverse mobilitazioni a tutela dell’ambiente e della salute pubblica sul territorio cittadino. Quello che posso ricavare dalla mia esperienza ad oggi è quanto segue: le informazioni che la scienza condivide col pubblico descrivono sempre più precisamente dove stiamo sbagliando, cosa non va’ più fatto, cosa invece dobbiamo cominciare a fare e quanto tempo ci rimane per invertire la rotta e prepararci al meglio. Sono decenni che le sentiamo ripetere, come un disco rotto. Queste informazioni sono certamente più dettagliate e puntuali quando vengono prodotte per le classi dirigenti pubbliche e private di tutto il mondo. Grandi manager, capi di stato, consigli di amministrazione, vertici degli apparati militari hanno certamente molte più informazioni, molto più precise e da molto più tempo rispetto a noi semplici cittadini. Salvo poi agire in modi spesso contro-intuitivi agli occhi di chi è sensibile al tema o informato sui fatti, dimostrandosi sicuramente più interessati a mantenere lo status quo piuttosto che ad aggredire la catastrofe che abbiamo di fronte a noi. Oggi come oggi, però, anche un piccolo ambientalista di una qualunque sperduta provincia europea è in grado di documentarsi, con un piccolo sforzo, in maniera molto approfondita. Tanto è vero che nell’ultimo decennio sono spuntati come funghi gruppi sempre più combattivi e, guarda caso, guidati da giovani quando non giovanissime attiviste e attivisti. Dunque, se persino una ragazzina svedese è in grado di armarsi di un semplice cartello e creare un movimento globale con decine di migliaia di militanti, credo che anche il resto del “pubblico”, la società civile, abbia la possibilità di sapere e di agire. Qualcuno potrà dire che il grande pubblico in realtà non vuole vedere una realtà tanto cruda, altri sosterranno che è ancora presto per dire che esista una vera consapevolezza sulla questione climatica. Si sosterrà che i media mainstream non ne parlano in maniera adeguata e chiara, un po’ per incompetenza un po’ per strategia, essendo spesso anch’essi al soldo delle grandi compagnie e dei governi collusi. Possiamo dire che manca la volontà di vedere in gran parte delle persone che ci circondano. Le nostre famiglie, i nostri amici, i conoscenti, i colleghi e così via. Sulla base di questa argomentazione, spesso si sostiene che una mobilitazione permanente (quale per esempio l’occupazione delle piazze) e che abbia al centro una piattaforma per la giustizia climatica ed ecologica non sia al momento fattibile. Perché mancano le masse, manca la coscienza, manca la volontà di vedere ma soprattutto mancano le prospettive. Si ha il timore di innescare una dinamica che poi non porterà da nessuna parte, se non addirittura ad una situazione peggiore. Perché noi per primi probabilmente riteniamo che, al momento, “there’s no alternative”. Non ci sono alternative al capitalismo neoliberista globalizzato. Non ci sono alternative ad un sistema che estrae sempre più risorse, tempo ed energie dai più poveri e dal pianeta per continuare ad ingrassare le tasche del 10% più ricco, portando tutte e tutti sempre più velocemente al disastro. Di conseguenza la cosa migliore che possiamo e dobbiamo continuare a fare è diffondere le informazioni che abbiamo, sensibilizzare, alzare la soglia di attenzione dell’opinione pubblica e il senso di urgenza nelle politiche di chi governa. Ma siamo sicuri che sia così? Siamo convinti che questa sia la strategia migliore?

Negli ultimi mesi, a Bologna, sta succedendo un fatto inedito, almeno per quanto ne so (e potrei tranquillamente sbagliare). Stanno nascendo delle convergenze e si sta creando un movimento di lotte intersezionali, qualcosa di simile ai movimenti studenteschi ed operai degli anni ‘60 e ‘70 del secolo scorso, ma con un grado di consapevolezza, complessità e resilienza decisamente più alti, credo. Quel movimento era ispirato dalle teorie marxiste e dal pensiero socialista. Al suo interno, però, vi era il germe di un tentativo di liberazione più profondo, che utilizzò quel trampolino di lancio e quelle piattaforme sociali per fare un ulteriore passo in avanti nella messa in discussione del potere costituito, borghese e capitalista. E mi sento di dire che quel movimento bolognese, nazionale, europeo e globale, portò alla nascita della più grande ed articolata esperienza di critica al sistema dominante che si sia mai vista dal Secondo Dopoguerra ad oggi: i movimenti no global che hanno vissuto l’apice della loro espressione a cavallo tra i due secoli, tra la fine degli anni ‘90 e l’inizio del III millennio. Io non parlerò di Seattle e di Genova, ero un bambino quando avvenivano: ho visto l’assassinio di Carlo Giuliani in tv, ho visto le immagini degli scontri e delle signore anziane pestate a sangue lungo le strade di Genova, ho visto i torturati e i torturatori della Diaz, ho letto i resoconti e gli articoli di giornale. Ma quella storia sento che ancora non mi appartiene: io non c’ero. Non posso sapere cosa ha significato per quelle ragazze e per quei ragazzi, per tutte quelle persone, subire una violenza tanto brutale. Credo non ne sarei uscito sano di mente, se fosse capitato a me (posto che io ora possa definirmi tale). Mi sarei sentito probabilmente troppo debole per reagire. Mi spaventa molto quanto è accaduto. Eppure credo che quel filo interrotto vada ripreso. Credo anche che sia esattamente quanto sta avvenendo ora in città e, forse in misura minore, in altre parti d’Italia e d’Europa. Bologna è al centro di un esperimento, può essere l’epicentro di questo tentativo.

Io credo che intersezionalità significhi riconoscere che le principali battaglie sociali e climatiche che si combattono oggi hanno un comune denominatore, la necessità di abbattere la cultura patriarcale e maschilista borghese nonché il sistema di produzione e consumo capitalista neoliberista. Il nemico è sempre quello. E’ lo stesso che si articola e si manifesta in modi diversi a seconda del segmento sociale in cui agisce, a seconda del contesto: la famiglia, la scuola, lo Stato, l’arte, la politica, l’economia, la finanza, le aziende, le associazioni, le chiese e così via. Il capitalismo neoliberista borghese. Sottolineo borghese perché le città sono il baricentro di questo sistema. Città che occupano il 2% delle terre emerse del Pianeta ma che vedono concentrata al loro interno la stragrande maggioranza della popolazione mondiale, con un fenomeno in crescita causato dalle grandi migrazioni determinate (indovinate un po’) dal riscaldamento globale, dai fenomeni meteorologici estremi e dalle guerre che ne conseguono. E dove c’è guerra, migrazione e povertà, ci sono i peggiori crimini di genere. Dove si consumano i peggiori crimini di genere spesso i livelli generali di sviluppo umano sono molto bassi, perché il tasso di emancipazione trans-femminile nelle comunità è un ottimo termometro per misurarli. Appare chiaro, quindi, che i problemi che le diverse soggettività denunciano e vivono sulla loro pelle si articolano e si intrecciano, senza uno schema gerarchico e senza soluzione di continuità. Si compenetrano e si alimentano vicendevolmente. La centralità della questione climatica deriva dalla capacità di essere detonatore e moltiplicatore di queste terribili piaghe sociali, che nel corso dei prossimi anni saranno sempre più dolorose e diffuse.

Per capire a cosa mi riferisco basta pensare che da secoli il sud del mondo vive tutto questo, per permettere a noi di mantenere il tenore di vita che abbiamo. Sono almeno cinquecento anni che una porzione minoritaria della popolazione mondiale imperversa, spadroneggia e causa disastri irreversibili. Noi siamo i figli e le figlie di quella minoranza. E se vogliamo giustamente evitare di sentirci direttamente colpevoli in tutto questo, poiché noi abbiamo soltanto ereditato questo sistema che ci vede privilegiati e soprattutto perché anche al nostro interno esistono profonde diseguaglianze che comunque pongono alcuni da una parte della barricata contro i molti che invece stanno di qua (coscienti o meno di farne parte), dobbiamo almeno prendere atto che siamo l’ultima generazione che può agire per capacità, consapevolezza e possibilità al fine di spezzare questa catena di sofferenza e ineluttabile autodistruzione. Il problema è nato in Europa: questo modello di produzione, con i suoi costumi e la sua cultura, è stato esportato in punta di spada dai nostri antenati. Abbiamo cancellato intere civiltà e riscritto la storia di interi continenti. A mio parere, tutto questo ci richiama ad una maggiore assunzione di responsabilità. Responsabilità, badate bene, non colpa. Voglio ribadirlo. Poiché la colpa si può espiare solo col pentimento e appartiene ad una sfera morale che non trovo costruttiva e funzionale ai nostri scopi. Mentre l’assunzione di responsabilità è un atto di libertà maturo e consapevole.

La diseducazione al senso di colpa alimenta quel senso di inadeguatezza che invece è il principale strumento del Capitale e della borghesia quando ci vogliono dividere, ponendoci gli uni contro gli altri. Chi sceglie, più o meno forzatamente, di essere aderente al sistema, normalmente viene spinto a vedere chi lo rifiuta come una persona poco rispettabile, un parassita sociale, addirittura immorale. E forse è proprio lì la radice dell’ostinata volontà di milioni di persone a non voler vedere, a non voler riconoscere il dramma che stiamo vivendo. Per non essere assimilabile a quella categoria di persone considerate dalla maggioranza come indegne di vivere nella comunità. Perché poterle invece insultare e denigrare fa sentire meglio con sé stessi. Perché mescolati nel branco ci si sente più sicuri, mentre spezzare certe dinamiche di riproduzione dello status quo è senza dubbio molto pericoloso. Quantomeno è faticoso. E allora meglio distrarsi, meglio lavorare sempre di più e sotto stress, meglio fumare o bere o lasciarsi andare ad altri vizi dannosi per la propria salute e per cui poi il mercato proporrà nuove soluzioni. Scegliere di non riprodurre questo schema è il più grande atto di generosità che un essere umano possa compiere. In particolare quando a scegliere di farlo è una donna o un soggetto non binario, attorno alla quale si concentrano le maggiori attenzioni e le peggiori violenze del sistema patriarcale.

Non avendolo scelto consapevolmente, il mio ragionamento mi ha portato qui, a parlare di un tema intimo, personale, per quanto altrettanto politico. Perché esiste probabilmente un profondo legame tra il modo in cui stiamo trattando il nostro futuro, il futuro delle prossime generazioni, il pianeta e noi stessi. Forse dobbiamo imparare a volerci bene per davvero! E non semplicemente seguendo i consigli di qualche mental coach per capire come battere i propri competitor a lavoro o in qualunque altro contesto sociale, o appropriandoci superficialmente di qualche dottrina orientale o di qualche credo sciamanico anti-scientifico. Il metodo scientifico è un potentissimo alleato: ci aiuta a modificare il nostro modo di pensare, a renderci quindi più umili quando la nostra conoscenza si basa esclusivamente sulla nostra esperienza, ma al tempo stesso più sicuri quando leggiamo, ci informiamo, condividiamo e giungiamo ad acquisire consapevolezze nuove. Ci insegna a coltivare il dubbio, a non temere di sbagliare, ad essere tolleranti con le opinioni altrui. E per quanto il Capitale spesso lo pieghi ai propri interessi, è lo strumento migliore che al momento possediamo per riuscire a comprendere la realtà che ci circonda, oltre a quella che risiede dentro di noi. Poiché ci insegna che la conoscenza non è un fatto di contenuto ma di metodo.

Ed io allora sono sicuro che se chiedessi ad una qualunque esponente ben informata di uno dei movimenti che ho più o meno citato nel corso del mio ragionamento, qual è secondo lei la priorità assoluta delle proprie lotte, il primo obiettivo in ordine di urgenza ed importanza da realizzarsi nel più breve tempo possibile, questa mi saprebbe rispondere. E se noi prendessimo ciascuna di queste singole priorità e le mettessimo insieme in una piattaforma comune che tutte le racchiuda, avremmo costruito la proposta politica da portare all’attenzione della collettività. E con quella piattaforma potremmo lanciare una mobilitazione senza precedenti, a partire dalle nostre case, dai nostri singoli contesti familiari, dalle nostre città, per poi giungere alle questioni globali più stringenti e che ci vedono tutte e tutti coinvolti. E questa mobilitazione potrebbe articolarsi in mille modi diversi, dai più classici ai più creativi, avendo però come fulcro e come cuore pulsante la liberazione dal potere del Capitale di una, cento, mille piazze occupate permanentemente dai nostri corpi, consapevoli, emancipati, non violenti. Perché liberare uno spazio (così come un corpo) dal potere del Capitale significa impedirgli di sapere cosa vi accade all’interno, strappandolo al suo controllo, mentre viviamo in un mondo in cui, con sempre maggiore facilità, concediamo a chi ci governa di sapere tutto di noi: cosa pensiamo, cosa sogniamo, cosa desideriamo, cosa proviamo. E’ a questo che servono i social network ed è per questo che vanno abbandonati. Una volta innescato questo meccanismo, una volta che avremo incrociato le braccia e avremo dichiarato lo sciopero globale e permanente nel centro delle nostre città, quello che accadrà sarà certamente sorprendente e destabilizzante. Non possiamo saperlo di preciso. Ma se non mettiamo in moto il meccanismo non si creeranno mai le condizioni che spingano l’intera comunità a trovare un nuovo modo per vivere insieme, per garantire salute e prosperità a tutte e tutti, superando una volta per tutte questo schema perverso e distruttivo. Perché il punto di fondo, a mio avviso, è il seguente: questa crisi del Capitalismo globale è sistemica e definitiva. Questo sistema produttivo e riproduttivo è giunto al limite e non è più riformabile. Dunque, possiamo aspettare che chi detiene il potere utilizzi la guerra come strumento per azzerare il dissenso e fare tabula rasa, sperando di poter ricominciare da capo con lo sfruttamento e la guerra tra poveri. Oppure, possiamo metterci noi alla testa di un movimento che trascini l’intera comunità sulla giusta strada, indicando una rotta diversa rispetto all’autodistruzione caotica che sta verificandosi in questo stesso istante.

Ma se ancora questo discorso non vi sembra convincente, allora continuiamo e insistiamo assolutamente con le iniziative comuni, con le assemblee pubbliche, con lo scambio, la condivisione e la convergenza. Perché solo così, solo spezzando questa sclerotizzazione della conoscenza, della coscienza e delle lotte, anch’essa essendo una tipica dinamica del sistema di (ri)produzione capitalistico, potremo giungere a raccontare una nuova verità, a immaginare un mondo nuovo.

Il Melonellum, quinta “schiforma” elettorale in trent’anni

Con il voto di ieri, il Parlamento ha approvato la nuova legge elettorale, fortemente voluta dal Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e dal partito di maggioranza relativa, Fratelli d’Italia. Per bocca di diversi esponenti, politici e intellettuali, della destra di governo, questa riforma sancisce il principio “chi vince, comanda!” e, soprattutto, permette al Presidente del Consiglio prossimo venturo di avere maggiore potere di fatto, perché “in fondo siamo una democrazia matura e possiamo permetterci di avere un Primo Ministro più forte rispetto a quanto previsto dai nostri padri costituenti”, istituendo quindi un “premierato di fatto”. Ora, non mi soffermerò sui tecnicismi, che ora non mi interessano: quelli saranno senz’altro oggetto di un’attenta analisi della Corte Costituzionale e del Presidente della Repubblica, ma già si intravedono profili di incostituzionalità in alcune sue parti. Inutile ricordare che è la quinta riforma elettorale, ovvero riforma delle regole del gioco democratico, in trent’anni: una roba mai vista in qualunque altro paese che si possa definire tale. Quello che mi interessa ora è riagganciarmi direttamente al precedente post di questo blog: la nostra è una Repubblica parlamentare, secondo quanto recita la Costituzione. Il Parlamento deve essere l’ago della bilancia nell’equilibrio tra i poteri del governo, del Parlamento stesso, delle regioni, delle consulte, delle magistrature, dei vari poteri pubblici e non del paese. Insomma, il Parlamento, sede della rappresentanza politica e della volontà popolare espressa tramite il voto, è il luogo che meglio deve rappresentare i diversi interessi e le diverse forze sociali nel grande gioco della democrazia nel nostro paese. Il principio “chi vince, comanda”, come se fossimo al campetto da basket del quartiere, è totalmente contrario al senso della nostra democrazia. L’idea secondo cui ci possiamo permettere, nonostante i rigurgiti fascisti roboanti di questi anni, un “premierato di fatto e un primo ministro più forte perché i nostri elettori sono ormai maturi e sanno distinguere la democrazia dell’autoritarismo” è una stupidaggine colossale: i nostri concittadini sono talmente avvezzi a queste stupidaggini che oggi il primo partito è infatti quello degli astenuti (siamo attorno al 30%), perché sanno benissimo che il problema non è tanto chi ha più potere né come eleggere il primo ministro, ma la qualità infima della nostra classe politica attuale. Il Berlusconismo ha pervertito l’idea della rappresentanza politica, della centralità dei partiti come strumenti di discussione e formalizzazione di una precisa idea di società, che si sappiano confrontare e confliggano se serve, ma tenendo al centro il bene comune, l’Italia, la Repubblica, l’integrità dello Stato! Infine, ha distrutto la stessa cultura politica derivante dalla nostra splendida Costituzione: il Parlamento è centrale, perché centrale è il voto popolare e la volontà politica delle persone, dei lavoratori. Non è una gara a chi arriva primo, tanto è vero che questo allontana dal voto milioni di persone: il voto elettorale equivale ad assumersi l’impegno di rappresentare la voce di chi ti vota per stare lì dove conta, dove si prendono le decisioni. La nostra democrazia è malata, direi moribonda, nessuno si preoccupa più di rappresentare davvero la volontà popolare, è solo una guerra fra bande per arrivare a tenere in mano le redini del potere e arricchire amici degli amici, le grandi compagnie industriali, i grandi interessi speculativi internazionali. E’ una vergogna e, per quanto il tema non sia appassionante, è assolutamente un buon motivo per bloccare questo sciagurato paese e chiedere al Presidente della Repubblica di sciogliere le Camere immediatamente.

Libera e Sovrana sostiene la necessità di tornare ad una legge elettorale proporzionale, come nella prima Repubblica, inserendola in Costituzione e impedendo in questo modo a destra e sinistra di fare le loro “schiforme” ogni volta che siedono sugli scranni della maggioranza parlamentare. Dopo il voto, i partiti che sapranno mettere insieme un programma di governo e un Consiglio dei Ministri, governeranno. Questo è ciò che vuole la nostra Costituzione, tutto ciò che è avvenuto negli ultimi trent’anni è soltanto un insulto ad essa e a noi elettori. Siamo diventati quella che prima Polibio e poi Plutarco definivano “oclocrazia”: il governo dei peggiori.

Rappresentare, non vincere

Una cosa molto semplice da spiegare ma che è molto importante puntualizzare dopo decenni di balcanizzazione parlamentare e di sgrammaticature istituzionali, è la seguente: ciò che si propone di fare chi sceglie di costituire un’organizzazione politica non è conquistarsi uno spazio per manie di protagonismo e neppure arricchirsi e arricchire amici e parenti, ovviamente, ma nemmeno puntare a vincere e “asfaltare” gli avversari. Fare politica significa rappresentare delle istanze, dei principi, degli interessi: portare la voce del popolo elettorale che ti premia nelle urne dentro le assemblee legislative a tutti i livelli dell’amministrazione pubblica, difendere il proprio programma e le proprie idee, promuoverle e confrontarle con le altre, ma soprattutto trovare alleanze strategiche per portare a casa dei risultati. Questa è la più importante responsabilità che la classe politica ha di fronte al proprio popolo, non solo coloro che ti votano ma anche di fronte alla cittadinanza tutta. Questo significa che, se su alcuni temi ci sono convergenze con partiti anche distanti anni luce dai propri valori, è importante sapersi confrontare. Significa anche non demonizzare l’avversario politico, non renderlo un mostro da abbattere o un nemico pubblico, quanto piuttosto un interlocutore. Infine, tutti si propongono di prendere più voti possibile, per avere più forza nelle assemblee e nei parlamenti, magari poter comporre un governo con molti propri esponenti nelle posizioni chiave, ma questo non dev’essere un obiettivo perseguito a scapito della rappresentanza. Oggi, invece, capita esattamente questo e la situazione che si genera allontana sempre di più i cittadini dalla partecipazione. Partiti litigiosi, almeno in apparenza, guerra fra bande, personalismi, egoismi, sistemi clientelari purtroppo la fanno ancora da padrone.

Libera e Sovrana su questo aspetto ha una posizione ben chiara: il primo obiettivo è riportare forte e chiara la voce dei lavoratori sindacalizzati dentro le aule del potere. Vogliamo salari più alti, case e servizi pubblici adeguati per tutte e tutti, a partire dalle categorie più fragili, vogliamo che l’Italia smetta di inseguire la corsa al riarmo e alla guerra, vogliamo che sia affrontata in maniera davvero seria e profonda la questione ecologica, vogliamo rimettere al centro i territori e la loro valorizzazione, avendo la nostra Madre Patria come solida base e il nostro più prezioso bene comune.

Quale orizzonte ha Libera e Sovrana?

Quando condivido il contenuto di questo blog con le persone spesso mi sento dire che la simbologia sembra confusa rispetto al messaggio e ai suoi contenuti. Mi sento ripetere che non c’è spazio politico per un’operazione del genere, che esistono altre realtà più forti e strutturate. Mi sento dire che sembrano obiettivi utopistici quelli che intendo perseguire, per quanto condivisibili.

Permettetemi di dire che non trovo vera nessuna delle tre affermazioni.

Partendo dalla prima, il patriottismo è sempre appartenuto all’alveo del socialismo e del repubblicanesimo. Essere socialisti significa mettere al primo posto il benessere della classe lavoratrice. Quella stessa classe lavoratrice il cui benessere e il cui potere d’acquisto vengono divorati da una globalizzazione folle, che ci mette in competizione con altre nazioni che giocano al ribasso e spingono la nostra classe media sempre più in basso, comprimendo i salari a livelli indecenti. Questo è il gioco della grande finanza globale, che controlla i mercati e le principali filiere produttive. Ma non fa il bene del nostro paese e della nostra classe operaia, è un fenomeno che sta impoverendo il nostro sistema industriale anno dopo anno.

Il Repubblicanesimo predica la fine del potere assoluto dei sovrani e dei despoti e mette il potere a disposizione di diverse istituzioni, le quali vivono costantemente in una dinamica dialettica e si compensano a vicenda, si controbilanciano: il potere dell’esecutivo, il potere del Parlamento, il potere giudiziario, la pubblica informazione, la classe operaia e lavoratrice con i suoi sindacati, gli imprenditori, coloro che vivono di rendita, le varie minoranze regionali e via dicendo, sono tutte forze e poteri che attraversano lo Stato: la politica in uno stato repubblicano è l’arte di conciliare tutte queste parti in gioco, ciascuno difendendo gli interessi della propria parte. Oggi nessuno difende davvero i diritti dei lavoratori, né li promuove. Tutti si riempiono la bocca con promesse elettorali che vengono sistematicamente smentite, perché per l’assetto politico internazionale attuale in cui si colloca l’Italia, siamo apparentemente costretti a svalutare il lavoro per attirare investimenti esteri. Inoltre, il principio repubblicano ha una caratteristica fondamentale: per controbilanciare le varie forze in campo si impegna ogni giorno a combattere l’accumulo di potere in poche mani. Il principio repubblicano ha ben chiaro che le diverse forze in campo devono avere un pezzetto di quel potere e poter dire la loro nel grande gioco, senza che una delle parti si impossessi di tutto il potere, senza che vi siano sovrapposizioni tra i diversi poteri. Credete che oggi sia così? Per carità, non viviamo nella Russia sovietica, ma quante volte sentiamo pesanti ingerenze degli esecutivi, di tutti i colori politici, sul Parlamento, sul sistema giudiziario, sull’informazione, nel rapporto con il mondo delle imprese e della finanza. Questa situazione oscena deve finire, le invasioni di campo non devono più essere tollerate. Questo richiederà necessariamente un atto di grande coraggio e audacia istituzionale: riprendere il dettato originale della Costituzione e cancellare gran parte delle riforme degli ultimi decenni, per ripulire la nostra splendida Costituzione dalle scorie di una classe politica infettata dal virus dell’accentramento del potere e del consociativismo.

Repubblica è anche tutela delle minoranze regionali, linguistiche, religiose, quindi culturali in una sola parola. La più grande ricchezza del nostro paese è la diversità, questa va tutelata e oggi non è così.

Oggi in Italia non esiste un partito socialista, che si batta per alcuni obiettivi chiari: tutti i salari devono essere alzati, sia del comparto pubblico che di quello privato, così come vanno aumentate le risorse in tutti i settori chiave dello Stato, dalla giustizia, alla sicurezza interna, alla sanità e via dicendo, riducendo al minimo indispensabile le spese militari e rivedendo profondamente il sistema di incentivi ai settori industriali ad alto impatto ambientale negativo; il peso della pressione fiscale va redistribuito da lavoratori e pensionati a chi vive di rendita e alla finanza speculativa, in particolare vanno ridotte le diseguaglianze di ricchezza e reddito generali anche attraverso l’imposizione di una tassa permanente sui grandi patrimoni; il welfare pubblico va rimesso al centro e rifinanziato, in particolare sanità pubblica, ricerca, istruzione; servono politiche incisive a sostegno dei redditi delle giovani generazioni che favoriscano l’inversione del trend demografico: dobbiamo tornare a fare figli, dobbiamo farlo subito. Su questi temi non mi dilungherò, credo siano perfettamente chiari. Chi delle forze politiche oggi esistenti dice esattamente questo e lo realizza una volta al potere? Nessuno.

Cosa significa essere antiglobalisti? Significa che questo modello di globalizzazione non ci piace, che non abbiamo bisogno di avere sui banchi dei nostri mercati le arance tunisine, la carne brasiliana o il grano australiano se non siamo in grado di rendere al massimo la capacità produttiva interna per soddisfare il nostro mercato interno. Significa che l’Italia è già una potenza dell’agroalimentare, ma deve lavorare da subito per raggiungere un’indipendenza ed autonomia strategica dagli shock esterni, in un mondo sempre più tumultuoso e imprevedibile. Dobbiamo sostanzialmente ridurre in tutti i campi e in maniera estremamente mirata la nostra dipendenza dall’estero, fin dove riusciamo ad arrivare. Dopodiché potremo costruire relazioni diplomatiche e commerciali da una posizione di maggiore forza. Questa non è autarchia, è solo intelligenza e buon senso al fine della costruzione di un’autonomia che ci faccia sedere da pari a pari allo stesso tavolo con i nostri partner internazionali. L’agroalimentare deve diventare un settore strategico, per tornare a far leva sulle qualità del nostro territorio, senza svenderlo agli speculatori o lasciare che venga deturpato dal turismo selvaggio. Questo progetto va inserito in un più ampio e pluriennale programma di riconversione del sistema sociale e produttivo in vista della più grande sfida del nostro tempo: il cambiamento climatico e il riscaldamento globale. Dobbiamo efficientare il consumo energetico e di risorse, dobbiamo consumare meno e imparare a stoccare in maniera efficiente l’acqua dolce, perché ne avremo un grande bisogno molto presto. Dovremo contestualmente modificare profondamente le nostre città, le nostre infrastrutture strategiche, i nostri sistemi di trasporto. Il tutto in vista di un grande obiettivo, quello di preparare la nostra madre patria ad un cambiamento epocale, che sicuramente sconvolgerà le nostre vite, in realtà lo sta già facendo.

Essere anticolonialisti, infine, significa spezzare immediatamente ogni legame con chi usa la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali, siano essi alleati di lungo corso o potenze nascenti. Al tempo stesso l’Italia deve diventare una superpotenza diplomatica sempre in prima linea per la promozione della pace e della convivenza di interessi contrapposti. Se la situazione non cambierà, questo vorrà dire avere il coraggio di uscire dalla NATO, spezzare ogni legame politico, diplomatico e commerciale con Israele, interporsi concretamente nel conflitto russo-ucraino e costringere con ogni mezzo le due parti al tavolo della pace. Russia e Ucraina sono due nazioni sorelle con una forte tradizione europea, sono nazioni amiche e noi abbiamo il dovere di trovare il modo di riconciliarle, non dobbiamo continuare a soffiare sul fuoco di un conflitto fratricida che fa solo il gioco dei grandi interessi speculativi internazionali. E se l’Europa in questo non avrà il coraggio di seguirci, gli elettori le daranno la sveglia che merita, sostenendo in massa i partiti di estrema destra che attualmente sono gli unici che parlano di riaprire i canali istituzionali con la Russia.

Io credo che tutto questo non sia utopistico, credo che nessuno oggi sappia dire parole così chiare, credo che ci sia un’enorme opportunità di riportare a casa la classe lavoratrice italiana, nella sua naturale casa politica: il socialismo repubblicano.

La (falsa) guerra tra i sessi

Che cosa significa essere un uomo adulto nel terzo millennio? Che cosa significa essere una donna adulta nel terzo millennio?

La libertà deresponsabilizzante che sta emergendo sta al contempo stressando le differenze tra i sessi. La maggiore libertà che le donne hanno conquistato giustamente crea modelli nuovi, ma quali sono questi modelli? A mio avviso, per molte di loro, la libertà oggi significa ambire allo stesso potere e agli stessi ruoli di potere fino ad oggi esclusivo appannaggio degli uomini. Per molte di loro il ruolo puramente accuditivo e materno, la classica “crocerossina”, è stata sostituita da una soggettività a tratti spietata, che ha messo da parte ogni forma di empatia pur di conquistare un maggiore spazio decisionale, per acquisire forza e consapevolezza di sé.

In questo il trans-femminismo ha fallito: trans-femminismo significa cura, senza dimenticarsi i sacrosanti spazi e limiti individuali che vanno difesi, per non annullarsi nella ricerca continua della soddisfazione dell’oggetto dell’accudimento, ovvero il maschio abituato a quel modello affettivo o la comunità di cui, per obbligo sociale, la donna si è sempre dovuta curare. Non c’è una reale volontà di scardinare quei meccanismi, quelle dinamiche di potere, per costruirne di altre, nuove, bilanciate, sane, costruttive: c’è la sola ed unica volontà di conquistare il comando, sostituendosi agli uomini ma mantenendo lo status quo. Permettetemi di dire che in questo, le donne del terzo millennio sono altrettanto spietate e feroci. Ursula Von der Layen, Christine Lagarde, Giorgia Meloni, le tre donne più potenti d’Europa, ne sono la riprova più lampante. Queste donne hanno conquistato il potere mantenendo lo status quo. E’ prevalso un femminismo liberale, capitalista, performativo e rapace. Se non si cambiano lo schema di gioco e le regole di ingaggio, le donne si comporteranno esattamente come gli uomini, forse con una dose di freddezza ancora maggiore. Poiché io ritengo che molte donne abbiano una capacità di adattamento emotivo e psicologico molto maggiore al mondo malato in cui viviamo rispetto a molti uomini. Questo le rende una forza fortemente conservatrice.

E gli uomini invece? L’uomo comune, l’uomo della strada, come potrei essere io, ha anch’esso due sensibilità: una più tradizionale, affezionata all’idea che i ruoli siano ancora dettati dall’identità di genere, quindi più restii ad accogliere questo potente movimento libertario femminile. Altri, invece, si limitato ad adattarsi, a volte indossando maschere per non soccombere alla solitudine o al turbamento, altri abbracciando la nuova condizione di subalternità.

Queste fratture stanno già mietendo vittime, in un campo e nell’altro. La violenza, in particolare la violenza degli uomini sulle donne, sta diventando sempre più feroce, meschina, imponderabile: anche il più socialmente inserito di noi può trasformarsi in uno spietato femminicida. E c’è chi ancora nega il problema. Ma la violenza non è appannaggio maschile, molte donne stanno imparando la violenza, cominciano a familiarizzare con la possibilità che un rapporto umano possa essere nel loro pieno controllo imponendosi con atteggiamenti violenti, audaci, arroganti, privi di scrupoli. La manipolazione, l’opportunismo, la menzogna, la sfiducia e il pregiudizio la fanno da padrone. 

Gli uomini e le donne sono molto più simili di quello che crediamo in realtà. L’uomo è certamente più fragile a livello emotivo e psicologico, fatica molto di più ad adattarsi al cambiamento. Basta vedere il tasso di suicidi e la gravità delle malattie psichiche nel loro manifestarsi: gli uomini sono molto più spesso vittime di sé stessi e in modi molto più pesanti, rispetto al loro corrispettivo femminile.

E allora, di fronte ad un quadro in cui molti uomini si trovano smarriti, senza riferimenti, spiazzati (e dunque a volte più pericolosi e feroci) e in cui molte donne assaporano per la prima volta nella storia una libertà di cui però non si vogliono assumere il peso della responsabilità, verso i propri affetti intimi e privati e verso la collettività, quali prospettive abbiamo di evitare questa guerra, che ci viene raccontata e che dentro di noi, in fondo, molte e molti combattiamo?

Possiamo farlo in un solo modo, dicendo la verità: non esiste nessuna guerra tra i sessi. Non esiste soltanto, care amiche e compagne, un blocco unico e inscalfibile di uomini che vogliono negarvi la libertà che avete conquistato. Non esistono, cari amici e compagni, soltanto donne spietate e ambiziose, come canta De Andrè ne “La ballata dell’amore cieco”.

La vera guerra è tra chi, uomo o donna, ambisce al potere per il potere: il potere di controllare la vita altrui, persone ossessionate dalla paura della vita, dei sentimenti, di sé stessi. Persone che sono soltanto desiderose di tenere in pugno tutto, persone inebriate dalla forza di schiacciare, di decidere vita e morte del prossimo, di chi è fragile.

Dall’altro lato, esiste chi vive nell’amore e per l’amore. E l’amore conosce i limiti, conosce l’empatia, conosce la cura di sé stessi e del prossimo. L’amore non ambisce al controllo, l’amore ambisce alla sincerità, alla fiducia, al candore di un momento o di una vita passata tra le braccia della persona amata. L’amore non vuole il potere per sé, l’amore non ha paura, l’amore non è ossessione incontrollabile. L’amore è donarsi.

Queste sono le vere parti in conflitto e non vanno mai assegnate ad un genere. E per quanto io sappia che amore e odio siano categorie scivolose in politica, questa volta mi sento di dire che possano ben identificare le due parti in campo. Una pars destruens e una pars construens che, con forme a volte diverse, si esprimono attraverso soggettività che si riconoscono nel genere maschile o femminile. Dobbiamo andare oltre questo, dobbiamo aggredire i centri nevralgici del potere politico e della nostra psiche, per smontare questo paradigma e costruire un mondo nuovo. Un mondo fondato sulla libertà, sul senso di responsabilità e sull’amore.

Francesco Girolamo Ciancimino

Una generazione di eterni adolescenti

Alla mia generazione e alle generazioni attigue, ad un certo punto della storia, hanno insegnato che l’unica cosa che conta è fare ciò che ti senti. Ci hanno insegnato a seguire le nostre inclinazioni, il nostro istinto, concentrandoci solo ed esclusivamente sul presente. Ci hanno spinto a credere che ogni forma di responsabilità, all’infuori di quelle lavorative (non a caso), sono superflue, per certi versi spaventose e da evitare. Esiste quindi questo forte scarto, che a me risulta molto chiaro, tra ciò che è giusto, secondo una certa idea di giustizia, e ciò che ci sentiamo di fare. A volte fare ciò che è giusto richiede un passaggio, un passo in avanti, richiede l’assunzione di una responsabilità che non è solo individuale ma ha ricadute collettive. L’origine di questo scarto io lo vedo nella perversione delle nostre comunità, che ha sradicato dal “centro del villaggio” il bene comune per mettervi il bene individuale, ma in maniera del tutto ingannevole. Al centro del villaggio in realtà oggi non c’è l’uomo o la donna comune che inseguono la felicità, c’è invece il mercato con le sue logiche, le quali hanno pervaso ogni aspetto della vita quotidiana. Ma il mercato in sé non esiste, il mercato è fortemente orientato e controllato dai suoi grandi giocatori. E chi sono i grandi giocatori? I grandi capitalisti, i padroni del mercato, i quali sanno bene che se le persone dovessero rimettere al centro il bene comune della propria comunità, assumendosi responsabilità e sapendo immaginare e costruire una società il cui orizzonte venga posta alla giusta distanza per garantire un benessere diffuso a questa e alle prossime generazioni, certamente perderebbero enormi fette del loro fatturato. Pensiamo alla finanza speculativa, al mercato delle armi, a chi controlla i principali canali di consumo che ha assoluto bisogno di persone che ragionano poco e spendono più velocemente possibile. Come canta Cosmo, ironicamente, “non ci pensare, tanto già qualcuno lo fa per te!”.

Io trovo questa prospettiva spaventosa. Innanzitutto, chi è che si può permettere di non ragionare di un futuro condiviso? Chi ha poco bisogno degli altri, chi è ricco e privilegiato in sostanza. Persone che magari sono totalmente disinteressate a quel che accade attorno a loro, o magari che trovi alle manifestazioni pro Palestina ma se gli chiedi di scendere in strada per migliorare le condizioni di vita di chi lavora nel suo stesso paese non si presenta. E non che manifestare per la Palestina non sia importante, così come per tutte le altre cause internazionali che ci muovono a forte indignazione, ma come pensi di migliorare la condizione di chi sta peggio di te se la tua sensibilità non diventa maggioranza nel paese e non migliori innanzitutto la tua di situazione? Bologna da questo punto di vista ha ormai preso questa piega: si pulisce la coscienza con cortei oceanici contro i soprusi ai danni del diritto internazionale o individuale, ma è totalmente incapace di opporsi alla deriva di mercato che ha imboccato da qualche anno a questa parte la sua classe dirigente.

Chi lavora nel sociale questo lo vede ogni giorno. Gli ultimi, coloro che vivono ai margini, sono trattati come una figurina da esporre nella propaganda, ma non sono davvero messi al centro di un progetto politico di inclusione e sviluppo. Men che meno coloro che lavorano nel settore dei servizi alla persona, trattati alla stregua di ingrati e mangiapane a tradimento, mentre dovrebbero essere messi nelle condizioni di poter dare il meglio, in sicurezza, perché possa migliorare la condizione della comunità tutta.

Vi domanderete cosa può centrare questo con il discorso iniziale. A mio avviso le cose si tengono insieme. Di nuovo, se metti al centro il bene comune, il benessere della tua comunità, il perpetuarsi di valori e tradizioni sane, il senso di responsabilità di ciascun singolo componente nel suo ruolo, le prime categorie di cui ti occuperai non sono quelli che fatturano di più, saranno piuttosto coloro i quali lavorano a contatto con gli utenti più fragili, con le soggettività marginalizzate. E di conseguenza metterai al centro quelle stesse soggettività.

Che società immaginiamo per il domani? Siamo ancora in grado di immaginarla? L’impressione che ho è che questo tema venga sempre spostato in avanti, scaricato su qualcun altro, qualcuno che ci pensi al posto nostro. Questo genera un vuoto: solitudine, abbandono, impoverimento, fratture sociali insanabili, oltre che diffondere gravi disvalori. L’egoismo, la maleducazione, la manipolazione la fanno da padrone. In definitiva, la società di mercato che smarrisce il bene comune è una società malata, che non è più capace di adattarsi e trovare forme di collaborazione interne alla comunità e col contesto naturale circostante. Un contesto che, proprio a causa della voracità del mercato, sta diventando sempre più inospitale per le persone. Non ci salverà il mercato delle automobili elettriche, né l’installazione di condizionatori in tutti gli edifici. Non è questo che ha permesso ad altre comunità umane, magari apparentemente meno civilizzate della nostra ma molto più longeve, di resistere e rinascere di fronte alle intemperanze di Madre Natura, l’unica vera potenza a cui dobbiamo sempre soggiacere, in un modo o nell’altro.

Le comunità umane che per millenni hanno vissuto e prosperato prima che gli europei arrivassero a devastare le loro case, i loro villaggi, le loro terre, i loro boschi, i loro corsi d’acqua e le loro tradizioni, lo hanno fatto perché hanno saputo mantenere salda la loro umanità ma in equilibrio con le forze naturali, con l’ambiente circostante. Sono comunità che hanno sempre coltivato i loro valori, quali ad esempio il passaggio dall’età fanciullesca all’età adulta, con le responsabilità e i doveri che questa necessariamente richiede. Proprio perché possano nascere nuovi fanciulli e fanciulle che possano godersi a loro volta quella fase della vita, senza che il loro spazio naturale venga occupato, per poi diventare adulti consapevoli quando giungerà il loro momento.

Spero di aver dato un’idea di quanto urgente sia per me decolonizzare la nostra mente dalle logiche e dai disvalori di mercato, di quanto urgente sia ripartire dalla nostra terra, dal nostro contesto, dal nostro ambiente, dalla necessità di conoscerlo e, a nostra volta, di riconoscerci in esso. Di quanto il bene comune sia ciò che più conta per garantire alla nostra generazione e alle generazioni che verranno, se verranno, un futuro di pace e prosperità.

L’esistenza e l’umana giustizia

La vita, intesa come esistenza naturale e come moto spontaneo il cui principio primo non conosceremo mai, anche se qualcuno lo chiama Dio, è un totale caos. Non segue altra regola se non un enorme e potente domino di causa ed effetto. Non è giusta o ingiusta, l’esistenza esiste, è quello che è e non ci possiamo fare nulla. Questa è la più grande paura e la più grande frustrazione, accogliere questo fatto è una sfida. Le grandi menti come Friedrich Nietzsche in questo ci vengono in soccorso. Gettarsi a capofitto nell’esistenza come un fanciullino che non teme il dolore, che la abbraccia e la accetta, è la realizzazione finale del Super uomo da lui tratteggiato nelle pagine dei suoi scritti. Un grande insegnamento che ci viene tramandato, attraverso di lui, dalla cultura greca antica. Vita e morte, nascita e distruzione, gioia e dolore sono una sola cosa, in un mescolarsi che confonde i confini delle une e delle altre.

Ciò che invece deve muoverci a somma indignazione e spingerci ad alzarci in piedi e prendere in mano il nostro destino è l’umana ingiustizia. E’ vero che l’uomo è parte della natura, anch’esso spesso inafferrabile e imponderabile, ma è pur sempre dotato di un intelletto, di un sentimento profondo e complesso. L’uomo è dotato di un senso di giustizia. In un mondo in cui esistono risorse inimmaginabili e ci sono persone che conducono vite al limite del lusso più scandaloso, il fatto che un principio di giustizia che preveda la possibilità per tutte e tutti di condurre una vita dignitosa non si sia ancora imposto a livello nazionale e internazionale è un vero e proprio delitto. Questo deve generare in ciascuno di noi grande rabbia e un senso di responsabilità: dobbiamo tutte e tutti impegnarci affinché questo principio di giustizia si realizzi.

So bene che i bisogni, le aspettative e i desideri possono cambiare da comunità a comunità, so bene che esistono interessi diversi che a volte confliggono, ma ancora una volta queste sono cose che quel benedetto principio di giustizia può serenamente ricomprendere. In primo luogo, nel sancire e far rispettare un senso del limite, nel promuovere quindi una forma di rispetto reciproco tra comunità differenti, senza voler colonizzare lo spazio altrui ed evitando ogni atteggiamento giudicante, che sentenzi come incivile lo stile di vita altrui rispetto al proprio. In secondo luogo, l’arte della politica è nata proprio per cercare in tutti i modi di conciliare interessi e punti di vista diversi, trovando sempre un compromesso accettabile da tutte le parti in causa. Troppo spesso questo non avviene, troppo spesso i potenti e i loro complici preferiscono la strada della forza e dell’abuso per arrivare a prendersi tutto. Noi questo non lo possiamo più accettare, dobbiamo chiedere a tutti l’impegno di fare un passo indietro per amore della giustizia, ma soprattutto oggi dobbiamo chiedere a chi ha di più e ne gode in maniera smodata di mettersi una mano sulla coscienza, altrimenti sarà la forza della nuova legge a imporlo.

Come fermare i femminicidi?

Come possiamo ridurre, se non addirittura debellare, la violenza maschile sulle donne? Come possiamo evitare nuovi femminicidi?

E’ di queste ore la notizia dell’ennesimo episodio, in questo caso omicidio-suicidio. Ha fatto molto scalpore perché è una vicenda molto televisiva, molto mediatica: lui la rapisce, la porta su un cavalcavia autostradale e dopo una trattativa con la polizia la getta nel vuoto e si toglie lui stesso la vita. E’ un fatto drammatico, così come lo sono anche gli altri di queste ore e tutti i precedenti.

Ciò che attira la mia attenzione, però, non è il fatto efferato in sé: credo che la radice del problema, quella da estirpare, sia la ragione profonda che spinge un uomo a rovinare per sempre la propria vita, oltre che a toglierla a qualcun’altro. Ad un certo punto, nella testa di questi uomini, scatta qualcosa che li spinge a ignorare completamente il proprio bene, a mettere da parte qualunque amor proprio in nome della vendetta, della sete di violenza che plachi la rabbia, l’odio, la frustrazione e il dolore. Ma perché arrivano a tanto? C’è chi addirittura si toglie la vita, non aspetta nemmeno il carcere, dove finiscono i colpevoli la gran maggioranza delle volte. Il carcere però arriva dopo, a fatto compiuto, quando il corpo di una donna giace senza vita. Noi non dobbiamo concentrarci su punizioni più severe, dobbiamo riuscire ad intercettare prima questi uomini, fermarli prima che scatti quella molla dentro. Agli uomini dobbiamo dire che, non appena hanno sentore che qualcosa dentro di loro sta cambiando, che sta maturando un senso d’odio profondo, devono e possono rivolgersi alle forze dell’ordine, a dei servizi di cura territoriali, a dei percorsi di terapia. Insomma, dobbiamo aumentare le risorse e le campagne informative a favore dei progetti rivolti a uomini violenti o che si autodenunciano, sostanzialmente. Dobbiamo spingerli a chiedere aiuto, rendere problematico quel sentimento d’odio e aiutarli a prendere coscienza che ci sono delle alternative meravigliose, rispetto all’autodistruzione. So che può sembrare paradossale utilizzare un linguaggio di cura e quasi vittimizzante rispetto ad un carnefice o potenziale tale, ma ripeto, dobbiamo concentrare l’attenzione sul fatto che il primo a perdere la propria vita è chi commette un fatto tanto atroce. Dobbiamo lavorare su un senso di cura e rispetto per sé stessi, che non può e non deve passare dalla violenza. Poi chiaramente servono anche maggiori livelli di protezione per le vittime di violenza e certezza delle pene, ma la prevenzione è un’altra cosa. E’ un lavoro lungo, che inizia con l’educazione all’emotività e ai sentimenti destinata ai ragazzi, per renderli più capaci di entrare in contatto con quello che ribolle dentro di loro senza reprimerlo, senza vergognarsi o averne paura.

Dunque, educazione, intercettazione e autodenuncia di uomini violenti o potenziali tali, investimenti in percorsi di cura e di sorveglianza più stringenti.

Poiché il problema parte dagli uomini, solo dagli uomini potrà giungere una soluzione. Finora la politica e la propaganda si sono concentrate sul colpevolizzare e distruggere una certa idea di maschile (che sta tornando prepotentemente in auge grazie anche alle culture giovanili contemporanee), sull’additare tutto ciò come patriarcato. Il problema è non saper offrire delle alternative all’abbandono, all’isolamento, al dolore di queste persone, figlie di quella mentalità violenta. Senza reti sociali, senza supporto, senza accompagnamento nessuno può salvarsi dal quel mostro che ti monta dentro. E se non accettiamo questo, non risolveremo mai il problema.

Libera e Sovrana deve diventare un partito

Quando ho creato questo blog speravo di riuscire a muovere le coscienze, stimolare un senso di responsabilità e un’attivazione nelle persone che fossero entrate in contatto con esso. Forse mi sbagliavo: ho peccato di arroganza nel pensare che le mie parole potessero arrivare dove fior fior di scienziati, attiviste e intellettuali non erano riusciti ad arrivare.

La situazione catastrofica del nostro presente e il futuro ancora più fosco che abbiamo di fronte spingono sempre più le persone a non voler pensare o ragionare. Persino coloro che continuano ad informarsi o addirittura si mobilitano dal basso, cosa sempre più rara, lo fanno portando avanti battaglie di nicchia, concentrandosi solo ed esclusivamente su ciò che gli sta più a cuore e non riuscendo o non volendo abbracciare la necessità di costruire collettivamente una visione nuova, un orizzonte comune, un mondo diverso.

Partendo dalla conoscenza ormai diffusa delle enormi sfide che abbiamo di fronte, tutte interconnesse, abbiamo la necessità stringente di offrire alle persone un discorso complessivo. Non si può semplicemente parlarne, non si può soddisfare il proprio piccolo ego ripetendo a noi stessi che nel nostro piccolo facciamo le scelte giuste. Così come, atteggiamento ancora più deprecabile, non possiamo più permetterci di nascondere la testa sotto la sabbia fino a che l’acqua alta non arriverà fino alla soglia di casa nostra.

Il mondo in cui viviamo è contrario alla vita umana, al rispetto delle persone, delle culture, dei popoli. E’ contrario alla tutela dell’ambiente e allo sviluppo di una società capace di perpetuarsi in armonia con l’ecosistema circostante. Ovunque arrivi, la foga del capitalismo di mercato distrugge, depaupera, inquina, cancella storia e memoria, sostituisce le tradizioni con dei feticci, si mangia tutto e te lo rivende a caro prezzo. Questa cosa deve finire e per far sì che succeda è necessario che le persone si sollevino.

I principi cardine con cui approcciare a questa sfida epocale sono due: la riproduzione sociale e culturale dei popoli e delle culture. Un ribaltamento della piramide che metta al primo posto chi siamo, il nostro rapporto con la terra in cui nasciamo e cresciamo, il perpetuarsi della cultura frutto delle capacità di adattamento ed evoluzione delle nostre comunità. Una società vive se ha rispetto e cura della natura attorno a sé, se si riproduce tramite la prole, se conserva e promuove le proprie tradizioni, abbandonando quelle contrarie alla vita ed evolvendo verso una società sempre più giusta e inclusiva.

Non possiamo lasciare l’esclusiva dell’alternativa al globalismo liberista, che tutto fagocita e omologa, alle destre nazionaliste, perché queste non risolveranno i nostri problemi, li porteranno ad uno stadio ancora più avanzato di sublimazione scatenando guerre internazionali e interne, sociali e di classe. Cosa che hanno sempre fatto, cosa che ha portato il mondo già più volte nel baratro. Non sarà la tecnologia a salvarci, anzi, questa provoca solo ulteriori danni. Non sarà la “cancel culture” e l’idea che un passato scomodo si possa eliminare con un tratto di penna o abbattendo delle statue. Non sarà il falso socialismo annacquato e interessato delle classi dirigenti europee di sinistra, o che si definiscono tali: sfido infatti una persona che guadagna decine di migliaia, quando non centinaia di migliaia di euro ogni mese a comprendere le difficoltà quotidiane di chi ne porta a casa meno di duemila. E’ una nostra responsabilità.

L’Italia è un paese meraviglioso e ricchissimo. Ripartiamo da ciò che abbiamo e rendiamolo un posto degno in cui vivere. Mentre faremo questo e ci batteremo per dimostrare che una nazione può essere guidata in modo diverso, costruiremo un nuovo sistema di alleanze internazionali, fondato su un approccio completamente diverso nella politica estera: il totale e pervicace rifiuto a qualunque forma di guerra. Saremo strenui sostenitori della diplomazia, il cui tempo, a differenza di quello che ci dicono, non finisce mai. Spezzeremo finalmente tutti i legami con i veri nemici della pace internazionale e riporteremo nell’alveo del diritto internazionale e nella famiglia europea coloro i quali per storia e cultura devono assolutamente farne parte.

Francesco G. Ciancimino