Questo testo l’ho scritto due anni e mezzo fa, ma lo trovo ancora molto attuale. Buona lettura.
Il numero 1496 della rivista Internazionale, uscito in data 27 gennaio 2024, reca un titolo molto evocativo, “La truffa delle emissioni”. Fa riferimento ad un articolo apparso su Die Zeit, un giornale tedesco, riguardo il mercato delle emissioni di CO2. Molte volte è capitato che la redazione scegliesse degli approfondimenti dedicati al disastro climatico in corso o al riscaldamento globale. Questo articolo, però, mi ha colpito in modo particolare: descrive come il sistema finanziario basato sulla compravendita dei diritti ad inquinare sia una truffa per il pianeta grazie alle maglie larghe della regolamentazione internazionale in tema di emissioni clima-alteranti di CO2. Questa regolamentazione, infatti, risulta parecchio flessibile e dà luogo al rilascio di certificazioni sostanzialmente contraddistinte da iniziative di compensazione del tutto fittizie. Chi si occupa di rilasciare queste certificazioni recanti i diritti ad inquinare, inventandosi di sana pianta una qualche iniziativa in un angolo sperduto del pianeta che prometta di non emettere o di poter riassorbire quello stesso quantitativo di tonnellate di gas nocivi per cui la multinazionale X ha pagato, è tre volte su quattro una modesta ONG di Washington, la cui sede si trova al decimo piano di un edificio del tutto anonimo. Si chiama Verra, in pochissimi pare la conoscano, ma presto anche molti governi si appoggeranno direttamente a lei. Lo staff di questa organizzazione controlla i tre quarti di un mercato miliardario. Ancora una volta, le grandi compagnie di tutto il mondo sfruttano il paravento offerto da una soluzione istituzionale ai problemi direttamente conseguenti dal modello produttivo capitalistico globale e beneficiano di una discreta libertà a fronte di un modico esborso. Scambiano il loro diritto a continuare ad inquinare e fare profitti con la nostra salute e la salute del pianeta.
La portata di questa rivelazione, agli occhi di un umile economista come me, è paragonabile a quella della crisi finanziaria del 2007-2008 per gravità e impatto globale. Quando studiavo economia all’Università di Bologna ho analizzato direttamente il seguente problema durante uno degli insegnamenti principali: come è possibile far rientrare nell’economia del sistema l’esternalità generata dalle emissioni nocive da parte delle compagnie (pubbliche o private, poco importa) in termini di costo per la collettività, facendola pagare però ai singoli produttori? Circa undici anni fa, la soluzione del mercato delle emissioni risultava la risposta più quotata per quanto riguarda i gas serra, perché sembrava poter contenere il problema permettendo di riassorbire quell’esternalità negativa in termini di costo. A posteriori, quella soluzione di mercato risultava “sostenibile” solo in termini economici, rientrante quindi nella dinamica costi e benefici monetizzabili. Oggi sappiamo perfettamente che questa non è la soluzione adatta per ridurre le emissioni, per tutta una serie di motivi di carattere scientifico. A questo, però, si aggiunge che ci stanno prendendo in giro. Stanno truffando il mondo. Quel mercato è del tutto fasullo. Non c’è nessuno scambio e nessuna compensazione. Le emissioni continuano ad aumentare a fronte di un esborso del tutto sostenibile per le casse delle grandi società. Chi detiene lo status quo non solo non è in grado di riformare il sistema, ma proprio non vuole farlo, non gli interessa. E questa è la prova definitiva, se mai ce ne fosse stato bisogno. Ai mercati non interessa nulla della crisi climatica e non interesserà mai. A chi fa gli interessi dei mercati, in particolare di quello finanziario, men che meno, come la gran parte della classe politica occidentale.
Da qualche tempo sto frequentando sempre più assiduamente i movimenti ambientalisti del mio territorio, in particolare uno di questi. Da anni mi informo e sto sviluppando la mia coscienza ambientalista: da un lato lavorando su consapevolezza e conoscenza, dall’altro su azioni e pratiche quotidiane. Nel corso dei miei studi ho affrontato queste tematiche da punti di vista diversi, come ho poc’anzi descritto con un esempio molto specifico. Nella mia tesi di triennale ho analizzato, seppur in maniera elementare, la questione del TAV Torino-Lione, finendo a discutere con la presidente di commissione poiché ero giunto a conclusioni che a lei evidentemente non piacevano granché. Ho infine partecipato direttamente a diverse mobilitazioni a tutela dell’ambiente e della salute pubblica sul territorio cittadino. Quello che posso ricavare dalla mia esperienza ad oggi è quanto segue: le informazioni che la scienza condivide col pubblico descrivono sempre più precisamente dove stiamo sbagliando, cosa non va’ più fatto, cosa invece dobbiamo cominciare a fare e quanto tempo ci rimane per invertire la rotta e prepararci al meglio. Sono decenni che le sentiamo ripetere, come un disco rotto. Queste informazioni sono certamente più dettagliate e puntuali quando vengono prodotte per le classi dirigenti pubbliche e private di tutto il mondo. Grandi manager, capi di stato, consigli di amministrazione, vertici degli apparati militari hanno certamente molte più informazioni, molto più precise e da molto più tempo rispetto a noi semplici cittadini. Salvo poi agire in modi spesso contro-intuitivi agli occhi di chi è sensibile al tema o informato sui fatti, dimostrandosi sicuramente più interessati a mantenere lo status quo piuttosto che ad aggredire la catastrofe che abbiamo di fronte a noi. Oggi come oggi, però, anche un piccolo ambientalista di una qualunque sperduta provincia europea è in grado di documentarsi, con un piccolo sforzo, in maniera molto approfondita. Tanto è vero che nell’ultimo decennio sono spuntati come funghi gruppi sempre più combattivi e, guarda caso, guidati da giovani quando non giovanissime attiviste e attivisti. Dunque, se persino una ragazzina svedese è in grado di armarsi di un semplice cartello e creare un movimento globale con decine di migliaia di militanti, credo che anche il resto del “pubblico”, la società civile, abbia la possibilità di sapere e di agire. Qualcuno potrà dire che il grande pubblico in realtà non vuole vedere una realtà tanto cruda, altri sosterranno che è ancora presto per dire che esista una vera consapevolezza sulla questione climatica. Si sosterrà che i media mainstream non ne parlano in maniera adeguata e chiara, un po’ per incompetenza un po’ per strategia, essendo spesso anch’essi al soldo delle grandi compagnie e dei governi collusi. Possiamo dire che manca la volontà di vedere in gran parte delle persone che ci circondano. Le nostre famiglie, i nostri amici, i conoscenti, i colleghi e così via. Sulla base di questa argomentazione, spesso si sostiene che una mobilitazione permanente (quale per esempio l’occupazione delle piazze) e che abbia al centro una piattaforma per la giustizia climatica ed ecologica non sia al momento fattibile. Perché mancano le masse, manca la coscienza, manca la volontà di vedere ma soprattutto mancano le prospettive. Si ha il timore di innescare una dinamica che poi non porterà da nessuna parte, se non addirittura ad una situazione peggiore. Perché noi per primi probabilmente riteniamo che, al momento, “there’s no alternative”. Non ci sono alternative al capitalismo neoliberista globalizzato. Non ci sono alternative ad un sistema che estrae sempre più risorse, tempo ed energie dai più poveri e dal pianeta per continuare ad ingrassare le tasche del 10% più ricco, portando tutte e tutti sempre più velocemente al disastro. Di conseguenza la cosa migliore che possiamo e dobbiamo continuare a fare è diffondere le informazioni che abbiamo, sensibilizzare, alzare la soglia di attenzione dell’opinione pubblica e il senso di urgenza nelle politiche di chi governa. Ma siamo sicuri che sia così? Siamo convinti che questa sia la strategia migliore?
Negli ultimi mesi, a Bologna, sta succedendo un fatto inedito, almeno per quanto ne so (e potrei tranquillamente sbagliare). Stanno nascendo delle convergenze e si sta creando un movimento di lotte intersezionali, qualcosa di simile ai movimenti studenteschi ed operai degli anni ‘60 e ‘70 del secolo scorso, ma con un grado di consapevolezza, complessità e resilienza decisamente più alti, credo. Quel movimento era ispirato dalle teorie marxiste e dal pensiero socialista. Al suo interno, però, vi era il germe di un tentativo di liberazione più profondo, che utilizzò quel trampolino di lancio e quelle piattaforme sociali per fare un ulteriore passo in avanti nella messa in discussione del potere costituito, borghese e capitalista. E mi sento di dire che quel movimento bolognese, nazionale, europeo e globale, portò alla nascita della più grande ed articolata esperienza di critica al sistema dominante che si sia mai vista dal Secondo Dopoguerra ad oggi: i movimenti no global che hanno vissuto l’apice della loro espressione a cavallo tra i due secoli, tra la fine degli anni ‘90 e l’inizio del III millennio. Io non parlerò di Seattle e di Genova, ero un bambino quando avvenivano: ho visto l’assassinio di Carlo Giuliani in tv, ho visto le immagini degli scontri e delle signore anziane pestate a sangue lungo le strade di Genova, ho visto i torturati e i torturatori della Diaz, ho letto i resoconti e gli articoli di giornale. Ma quella storia sento che ancora non mi appartiene: io non c’ero. Non posso sapere cosa ha significato per quelle ragazze e per quei ragazzi, per tutte quelle persone, subire una violenza tanto brutale. Credo non ne sarei uscito sano di mente, se fosse capitato a me (posto che io ora possa definirmi tale). Mi sarei sentito probabilmente troppo debole per reagire. Mi spaventa molto quanto è accaduto. Eppure credo che quel filo interrotto vada ripreso. Credo anche che sia esattamente quanto sta avvenendo ora in città e, forse in misura minore, in altre parti d’Italia e d’Europa. Bologna è al centro di un esperimento, può essere l’epicentro di questo tentativo.
Io credo che intersezionalità significhi riconoscere che le principali battaglie sociali e climatiche che si combattono oggi hanno un comune denominatore, la necessità di abbattere la cultura patriarcale e maschilista borghese nonché il sistema di produzione e consumo capitalista neoliberista. Il nemico è sempre quello. E’ lo stesso che si articola e si manifesta in modi diversi a seconda del segmento sociale in cui agisce, a seconda del contesto: la famiglia, la scuola, lo Stato, l’arte, la politica, l’economia, la finanza, le aziende, le associazioni, le chiese e così via. Il capitalismo neoliberista borghese. Sottolineo borghese perché le città sono il baricentro di questo sistema. Città che occupano il 2% delle terre emerse del Pianeta ma che vedono concentrata al loro interno la stragrande maggioranza della popolazione mondiale, con un fenomeno in crescita causato dalle grandi migrazioni determinate (indovinate un po’) dal riscaldamento globale, dai fenomeni meteorologici estremi e dalle guerre che ne conseguono. E dove c’è guerra, migrazione e povertà, ci sono i peggiori crimini di genere. Dove si consumano i peggiori crimini di genere spesso i livelli generali di sviluppo umano sono molto bassi, perché il tasso di emancipazione trans-femminile nelle comunità è un ottimo termometro per misurarli. Appare chiaro, quindi, che i problemi che le diverse soggettività denunciano e vivono sulla loro pelle si articolano e si intrecciano, senza uno schema gerarchico e senza soluzione di continuità. Si compenetrano e si alimentano vicendevolmente. La centralità della questione climatica deriva dalla capacità di essere detonatore e moltiplicatore di queste terribili piaghe sociali, che nel corso dei prossimi anni saranno sempre più dolorose e diffuse.
Per capire a cosa mi riferisco basta pensare che da secoli il sud del mondo vive tutto questo, per permettere a noi di mantenere il tenore di vita che abbiamo. Sono almeno cinquecento anni che una porzione minoritaria della popolazione mondiale imperversa, spadroneggia e causa disastri irreversibili. Noi siamo i figli e le figlie di quella minoranza. E se vogliamo giustamente evitare di sentirci direttamente colpevoli in tutto questo, poiché noi abbiamo soltanto ereditato questo sistema che ci vede privilegiati e soprattutto perché anche al nostro interno esistono profonde diseguaglianze che comunque pongono alcuni da una parte della barricata contro i molti che invece stanno di qua (coscienti o meno di farne parte), dobbiamo almeno prendere atto che siamo l’ultima generazione che può agire per capacità, consapevolezza e possibilità al fine di spezzare questa catena di sofferenza e ineluttabile autodistruzione. Il problema è nato in Europa: questo modello di produzione, con i suoi costumi e la sua cultura, è stato esportato in punta di spada dai nostri antenati. Abbiamo cancellato intere civiltà e riscritto la storia di interi continenti. A mio parere, tutto questo ci richiama ad una maggiore assunzione di responsabilità. Responsabilità, badate bene, non colpa. Voglio ribadirlo. Poiché la colpa si può espiare solo col pentimento e appartiene ad una sfera morale che non trovo costruttiva e funzionale ai nostri scopi. Mentre l’assunzione di responsabilità è un atto di libertà maturo e consapevole.
La diseducazione al senso di colpa alimenta quel senso di inadeguatezza che invece è il principale strumento del Capitale e della borghesia quando ci vogliono dividere, ponendoci gli uni contro gli altri. Chi sceglie, più o meno forzatamente, di essere aderente al sistema, normalmente viene spinto a vedere chi lo rifiuta come una persona poco rispettabile, un parassita sociale, addirittura immorale. E forse è proprio lì la radice dell’ostinata volontà di milioni di persone a non voler vedere, a non voler riconoscere il dramma che stiamo vivendo. Per non essere assimilabile a quella categoria di persone considerate dalla maggioranza come indegne di vivere nella comunità. Perché poterle invece insultare e denigrare fa sentire meglio con sé stessi. Perché mescolati nel branco ci si sente più sicuri, mentre spezzare certe dinamiche di riproduzione dello status quo è senza dubbio molto pericoloso. Quantomeno è faticoso. E allora meglio distrarsi, meglio lavorare sempre di più e sotto stress, meglio fumare o bere o lasciarsi andare ad altri vizi dannosi per la propria salute e per cui poi il mercato proporrà nuove soluzioni. Scegliere di non riprodurre questo schema è il più grande atto di generosità che un essere umano possa compiere. In particolare quando a scegliere di farlo è una donna o un soggetto non binario, attorno alla quale si concentrano le maggiori attenzioni e le peggiori violenze del sistema patriarcale.
Non avendolo scelto consapevolmente, il mio ragionamento mi ha portato qui, a parlare di un tema intimo, personale, per quanto altrettanto politico. Perché esiste probabilmente un profondo legame tra il modo in cui stiamo trattando il nostro futuro, il futuro delle prossime generazioni, il pianeta e noi stessi. Forse dobbiamo imparare a volerci bene per davvero! E non semplicemente seguendo i consigli di qualche mental coach per capire come battere i propri competitor a lavoro o in qualunque altro contesto sociale, o appropriandoci superficialmente di qualche dottrina orientale o di qualche credo sciamanico anti-scientifico. Il metodo scientifico è un potentissimo alleato: ci aiuta a modificare il nostro modo di pensare, a renderci quindi più umili quando la nostra conoscenza si basa esclusivamente sulla nostra esperienza, ma al tempo stesso più sicuri quando leggiamo, ci informiamo, condividiamo e giungiamo ad acquisire consapevolezze nuove. Ci insegna a coltivare il dubbio, a non temere di sbagliare, ad essere tolleranti con le opinioni altrui. E per quanto il Capitale spesso lo pieghi ai propri interessi, è lo strumento migliore che al momento possediamo per riuscire a comprendere la realtà che ci circonda, oltre a quella che risiede dentro di noi. Poiché ci insegna che la conoscenza non è un fatto di contenuto ma di metodo.
Ed io allora sono sicuro che se chiedessi ad una qualunque esponente ben informata di uno dei movimenti che ho più o meno citato nel corso del mio ragionamento, qual è secondo lei la priorità assoluta delle proprie lotte, il primo obiettivo in ordine di urgenza ed importanza da realizzarsi nel più breve tempo possibile, questa mi saprebbe rispondere. E se noi prendessimo ciascuna di queste singole priorità e le mettessimo insieme in una piattaforma comune che tutte le racchiuda, avremmo costruito la proposta politica da portare all’attenzione della collettività. E con quella piattaforma potremmo lanciare una mobilitazione senza precedenti, a partire dalle nostre case, dai nostri singoli contesti familiari, dalle nostre città, per poi giungere alle questioni globali più stringenti e che ci vedono tutte e tutti coinvolti. E questa mobilitazione potrebbe articolarsi in mille modi diversi, dai più classici ai più creativi, avendo però come fulcro e come cuore pulsante la liberazione dal potere del Capitale di una, cento, mille piazze occupate permanentemente dai nostri corpi, consapevoli, emancipati, non violenti. Perché liberare uno spazio (così come un corpo) dal potere del Capitale significa impedirgli di sapere cosa vi accade all’interno, strappandolo al suo controllo, mentre viviamo in un mondo in cui, con sempre maggiore facilità, concediamo a chi ci governa di sapere tutto di noi: cosa pensiamo, cosa sogniamo, cosa desideriamo, cosa proviamo. E’ a questo che servono i social network ed è per questo che vanno abbandonati. Una volta innescato questo meccanismo, una volta che avremo incrociato le braccia e avremo dichiarato lo sciopero globale e permanente nel centro delle nostre città, quello che accadrà sarà certamente sorprendente e destabilizzante. Non possiamo saperlo di preciso. Ma se non mettiamo in moto il meccanismo non si creeranno mai le condizioni che spingano l’intera comunità a trovare un nuovo modo per vivere insieme, per garantire salute e prosperità a tutte e tutti, superando una volta per tutte questo schema perverso e distruttivo. Perché il punto di fondo, a mio avviso, è il seguente: questa crisi del Capitalismo globale è sistemica e definitiva. Questo sistema produttivo e riproduttivo è giunto al limite e non è più riformabile. Dunque, possiamo aspettare che chi detiene il potere utilizzi la guerra come strumento per azzerare il dissenso e fare tabula rasa, sperando di poter ricominciare da capo con lo sfruttamento e la guerra tra poveri. Oppure, possiamo metterci noi alla testa di un movimento che trascini l’intera comunità sulla giusta strada, indicando una rotta diversa rispetto all’autodistruzione caotica che sta verificandosi in questo stesso istante.
Ma se ancora questo discorso non vi sembra convincente, allora continuiamo e insistiamo assolutamente con le iniziative comuni, con le assemblee pubbliche, con lo scambio, la condivisione e la convergenza. Perché solo così, solo spezzando questa sclerotizzazione della conoscenza, della coscienza e delle lotte, anch’essa essendo una tipica dinamica del sistema di (ri)produzione capitalistico, potremo giungere a raccontare una nuova verità, a immaginare un mondo nuovo.
