Fino all’arrivo degli esploratori europei e alle conquiste coloniali, a partire dall’inizio del sedicesimo secolo, i popoli nativi dei “nuovi” continenti (America, Oceania, Africa sub-sahariana, isole dell’oceano Pacifico e via dicendo) vivevano nello stesso identico modo da migliaia e migliaia di anni.
Per migliaia e migliaia di anni questi popoli avevano vissuto sostanzialmente allo stesso modo attuando tutta una serie di strategie di adattamento utili a prosperare, mantenendo sufficientemente inalterato l’ambiente naturale attorno a loro. Quantomeno, lo avevano alterato in misura tale da non intaccare le loro stesse fonti di sostentamento primario, derivanti per lo più dalla caccia e dalla raccolta dei frutti spontanei della terra, con alcune eccezioni che è possibile conoscere leggendo un po’ di libri. Una di queste pare sia la storia dei popoli che vissero sull’Isola di Pasqua, in mezzo al Pacifico, prima del nostro arrivo, nota ormai a molte persone.
Questo significa che, nonostante la durezza del contesto naturale, in cui bestie selvagge e condizioni climatiche molto dure potevano mettere in serio pericolo la sopravvivenza della comunità, questi popoli indigeni avevano trovato il modo di starci dentro. I loro obiettivi erano evidentemente la riproduzione sociale e culturale del loro gruppo e seppero conciliare questi con il contesto ecosistemico, in maniera decisamente invidiabile. Ciò non significa che non combattessero tra loro guerre feroci, che non abbiano a volte influenzato il contesto naturale in maniera abbastanza incisiva, che non siano stati costretti a spostarsi e adattarsi per continuare a coltivare i loro principi di vita, i valori fondativi del loro popolo. Significa che lo hanno quasi sempre fatto in una certa misura, entro un certo limite.
Nonostante ciò, non tutti questi popoli erano rimasti all’età preistorica, tenuto conto che non ci sarebbe stato nulla di male se ciò fosse accaduto: se pensiamo, ad esempio, ai popoli Maya e Aztechi, vissuti in centro-sud America, ne abbiamo un’importante riprova. Essi costruirono maestose città e fiorenti commerci attorno ai loro antichi templi, che ancora oggi andiamo a visitare rimanendone tremendamente affascinati.
Insomma, per farla breve, a questa gente non era mai davvero importato di spingersi sempre più in là, sempre oltre i confini culturali e geografici delle loro tribù d’appartenenza. A loro interessava che il loro modo di vivere rimanesse tale, che nei loro villaggi continuassero a nascere bambini e bambine in numero adeguato a garantire il perpetuarsi della specie.
E per migliaia e migliaia di anni questo ha funzionato.
Poi siamo arrivati noi europei, con le nostre armi e le nostre croci, e di colpo questo equilibrio è stato stravolto. In brevissimo tempo, abbiamo letteralmente imposto con la violenza e con la scusa dell’evangelizzazione il nostro modo di vivere, con il vero obiettivo di depredare quante più risorse possibili per poterci arricchire a discapito loro. Chi non si adattava, veniva eliminato fisicamente, seduta stante. Uomini, piante, animali, tutto ciò che non era funzionale alla conquista europea veniva trucidato. Ora, di quelle culture antichissime resta sempre meno: più passa il tempo, più il virus della cultura europea si mangia anche gli ultimi esempi rimasti di culture indigene primordiali.
Nel frattempo, quella che noi riteniamo la sola civiltà, quella fondata sulla libertà dell’individuo di prosperare e arricchirsi, la nostra civiltà, sta letteralmente accartocciandosi su sé stessa, influenzando non soltanto il nostro futuro, ma anche quello di tutti i popoli del pianeta ormai vinti e avvinti dal nostro conturbante quanto malsano stile di vita.
Nel giro di appena un secolo, soltanto cento anni, anzi forse meno, il modello di sviluppo che abbiamo abbracciato ciecamente si sta dimostrando assolutamente insostenibile sul lungo periodo. Se tutti vivessero come un cittadino medio statunitense o europeo, non basterebbero dieci pianeta Terra per sostenere il consumo di risorse che richiederebbe. Tanto è vero che ogni anno noi celebriamo la funesta data dell’overshoot day, il giorno dell’anno a partire dal quale l’intera umanità, in particolare i più ricchi, vivono a debito con le generazioni future: in sostanza, consumiamo più di quello che la madre Terra riesce a riprodurre in modo naturale, sulla base dei suoi cicli endogeni.
Voi direte: come puoi dire questo, quando l’aspettativa di vita in tutto il mondo è cresciuta?
Secondo voi, i popoli nativi che hanno prosperato per migliaia e migliaia di anni prima di conoscere noi, avevano l’aspettativa di vita dell’individuo medio o il livello di ricchezza della loro comunità come unità di misura dello sviluppo? Vi rispondo io: no. Nessuno di questi popoli si preoccupava di essere più ricco del popolo a fianco o più longevo. Non è questo che ha permesso a queste civiltà di vivere serenamente allo stesso modo per millenni e millenni.
In sostanza, noi viviamo in un mondo davvero al contrario: viviamo in un mondo in cui è più importante garantire ad un pugno di bastardi il loro attuale standard di vita, piuttosto che salvaguardare il benessere della nostra specie e il perpetuarsi delle diverse culture indigene. Viviamo in un mondo in cui non è importante tramandare le conoscenze, le competenze, gli usi, i costumi e i saperi dei nostri antenati, è più importante il margine di profitto di un investimento finanziario da qui a scadenza. Non è importante tutelare e promuovere la vita umana e quella delle altre specie, ma sfruttare fino al limite e oltre tutte le risorse disponibili sul pianeta per continuare a guidare il nostro SUV parcheggiato in strada. Questo mondo è un mondo inerte, annichilito, infecondo. E’ il ventre morto di una madre che non può più dare la vita. E nessuno ha il sufficiente coraggio per ribellarsi. Nessuno di noi, compreso il sottoscritto, ha più la forza di gridarlo al cielo: in un arco temporale paragonabile ad un battito di ciglia, abbiamo sterminato popoli e culture in giro per il mondo e ora stiamo creando le condizioni per il collasso dello stile di vita che abbiamo imposto agli altri.
Ditemi voi se questa non è totale follia.
Ci sono già i profeti del progresso, quelli che dicono che la tecnologia e l’intelligenza artificiale ci salveranno: sono gli stessi bastardi che campano sulle nostre spalle e su quelle delle future generazioni. Sapete cosa ci può salvare? Riabilitare il buon selvaggio, ovvero riportare al centro del villaggio la riproduzione culturale e sociale delle nostre comunità, partendo dalle risorse dei nostri territori. In sostanza, siamo spacciati, ma è intellettualmente necessario che qualcuno lo dica. Io almeno vorrei lasciare questa come eredità: lo sapevamo, anche se abbiamo fatto poco o nulla per rimediare. Non ci resta che scusarci, come europei, di tutto il male che abbiamo fatto e continuiamo a fare.
Possiamo solo inchinarci e chiedere scusa, tardivamente e inutilmente, ma quanto meno con un sussulto di dignità.