Per lungo tempo si è dibattuto, e tuttora se ne discute, su come regolamentare l’accesso alla cittadinanza italiana e il diritto all’accoglienza nel nostro paese. Questo tema è fondamentale per chiunque voglia proporre un orizzonte di futuro a questa comunità. Faccio seguito a quel dibattito e mi scuso se la proposta apparirà poco articolata: non sono un giurista di formazione, ma un economista, dunque prediligo un approccio più pratico al problema, anziché onnicomprensivo delle singole specificità e dei dettagli. Ogni contributo che arricchisca il quadro e completi la proposta è ben accetto, purché si inserisca nel solco dei valori qui delineato: i confini sono per natura stessa porosi e devono esserlo, non sono muri né steccati, inoltre il dovere di ospitalità è antico come la storia delle civiltà europee e non possiamo rinnegarlo, perché fa parte del nostro DNA.
Cittadinanza
Di qui ai prossimi decenni la Repubblica vedrà diminuire i propri abitanti, a causa della bassissima natalità. Questo comporta una serie di problemi ben noti, innanzitutto la sostenibilità del nostro sistema economico e di previdenza sociale: il famoso, chi pagherà le nostre pensioni? Questa teoricamente apparirebbe come la prima ragione pratica per mettere in campo tutte le misure utili a invertire questo trend. Questo se ci immaginiamo il mondo di domani identico, o quasi, al mondo di oggi. Eppure, molti indicatori ci dicono che le cose potrebbero cambiare profondamente nel frattempo: il riscaldamento globale sta provocando rapidi e pesanti sconvolgimenti in tutta Europa, le conseguenze del cambiamento climatico quali disastri naturali, fenomeni meteorologici estremi e siccità compromettono le parabole di sviluppo sic stantibus rebus. A ciò si aggiunga l’evoluzione tecnologica del sistema di produzione, con la comparsa delle Intelligenze Artificiali nelle mani degli oligarchi speculatori di mercato. Per non parlare della guerra, tornata prepotentemente al centro del dibattito e che sta già condizionando le nostre vite. Dunque, come saranno composte le nostre comunità fra 30, 50 o 70 anni? Come vivremo? Cosa vorrà dire lavorare e andare in pensione?
Per tutte queste ragioni, non è possibile fare un discorso puramente pratico, quando si parla di cittadinanza. Bisogna necessariamente parlare di valori e di ciò che riteniamo giusto. Io ritengo giusto che una persona che nasce in Italia da genitori stranieri non cittadini italiani e che completa un ciclo di studi che la metta nelle condizioni di esercitare pienamente la propria cittadinanza, avendo quindi la possibilità, tramite il sistema di istruzione pubblica, di sviluppare i mezzi per comprendere criticamente la realtà, debba poter scegliere di essere cittadino italiano, senza ulteriori condizioni di nessun tipo. Questo ciclo di studi deve, a mio avviso, terminare con l’ottenimento della licenza media, a fronte di una profonda riforma del sistema scolastico di cui vorrei parlare in un secondo articolo, dunque attorno all’età di 16 anni, perché la proposta di società che dobbiamo realizzare abbracci complessivamente tutti gli aspetti del vivere comune.
Diritto di soggiorno e diritto d’asilo: in una parola, accoglienza
Anche in questo caso, la bussola è costituita da ciò che riteniamo giusto e dal modo più efficace per realizzarlo. Dunque, da qualunque nazione tu provenga, qualunque sia il modo col quale raggiungi le sponde italiane, se hai un documento che possa attestare la tua identità verrai accolto nel nostro paese e la tua permanenza sul territorio sarà un percorso che faremo insieme, persona migrante e popolo italiano tramite le sue istituzioni. Questa premessa va’ fatta sulla base della situazione attuale: è molto difficile ottenere dei visti regolari dai paesi di provenienza, dunque le persone spesso scelgono di affidarsi ai trafficanti di esseri umani, percorrendo tratte impervie e pericolose, che segnano indelebilmente la loro esistenza in modo traumatico. Dunque, prima di ogni altra cosa il governo italiano dovrebbe assolutamente facilitare il rilascio dei visti da parte delle ambasciate presenti sul territorio dei paesi d’origine. Questi visti potranno essere di diverse tipologie, ma questo lo vedremo in seguito quando parleremo del diritto di soggiorno e asilo. Il punto è che innanzitutto vanno aperti canali legali e sicuri per permettere alle persone di spostarsi più liberamente.
Volendo lasciare da parte le inutili e fastidiose complicazioni normative europee di cui dovremmo fare a meno, perché costituiscono solo delle pastoie burocratiche restrittive delle libertà universali dell’essere umano, nel momento in cui la persona migrante arriva sul nostro territorio per prima cosa deve avere diritto di dichiarare perché ha scelto di giungere qui, se per motivi di studio, di salute, di lavoro, per ricongiungersi ad un familiare stretto o se ha deciso di fare richiesta per la protezione internazionale ottenendo lo status di rifugiato. In secondo luogo, se necessita di cure, di sostegno economico e se non ha già un posto dove stare, la persona migrante verrà trasferita in un centro di accoglienza. Questi vanno predisposti su tutto il territorio nazionale, sparsi in tutti i comuni che sceglieranno di partecipare a questo progetto su base volontaria, progetto che deve essere finanziato con fondi pubblici ministeriali ma che richiedono un’espressa volontà da parte di ciascuna comunità locale, tramite le sue istituzioni cittadine, di farsi carico di alcuni “ospiti stranieri”. Questo per rafforzare il principio antichissimo secondo cui è dovere morale accogliere lo straniero ed offrirgli un riparo, ma non essendo noi autorità morali di alcun genere dobbiamo innanzitutto chiedere un atto di responsabilità da parte delle persone. Un territorio e una comunità non sono un puzzle a cui si possa aggiungere liberamente un pezzo, ma piuttosto un ecosistema in cui ogni singola persona sposta equilibri e fa la differenza, nel bene e nel male. Serve quindi un’espressa volontà di accogliere questa dinamica trasformativa, che è intrinsecamente connessa al principio di cura e accoglienza. Questi centri di accoglienza devono essere quindi spazi adeguati alle diverse tipologie di soggetti migranti, siano essi singoli adulti, minori, nuclei familiari, persone con disabilità, soggettività non binarie e così via. Inoltre, dovranno essere di dimensioni adeguate, il che significa che saranno fondamentalmente appartamenti, ma anche strutture ricavate da edifici dismessi e recuperati per le finalità dell’accoglienza, così come spazi donati da fondazioni, enti privati, curie. Ciò che conta è che abbiano le caratteristiche di abitabilità, igiene, sicurezza e convivialità per il numero e la tipologia di persone che si è scelto di assegnarvi. Oltre al buon senso, esistono convenzioni, regolamenti e criteri a livello internazionale a tutela di questi principii, basterà farvi riferimento senza eccezioni o compromessi al ribasso.
Ma veniamo ora alla materia giuridica. All’arrivo, alla persona migrante sarà chiesto di dichiarare il motivo per il quale è giunto nel nostro paese. Al di fuori di motivi puramente turistici, che ovviamente ora non ci interessano:
- Se la persona migrante dichiara di venire in Italia per motivi di studio, la durata del suo permesso di soggiorno sarà pari al percorso di studi che ha scelto di intraprendere, fino alla sua conclusione entro tempi certi
- Se la persona migrante dichiara di venire in Italia per motivi sanitari, avrà la possibilità di rimanere in Italia per tutto il tempo necessario a che le sue esigenze sanitarie siano risolte
- Se una persona migrante dichiara di venire in Italia per motivi economici, avrà un anno di tempo per trovare un impiego e un’abitazione stabile; al termine di quell’anno potrà chiedere una proroga, purché questi due criteri siano rispettati, e di anno in anno potrà permanere sul territorio nazionale
- Se una persona migrante dichiara di venire in Italia per ricongiungimento familiare ad un parente stretto (genitore, figli*, coniuge o partner) otterrà automaticamente lo stesso status giuridico della persona a cui si ricongiunge, posto che non decida di presentare domanda di soggiorno o asilo per altri motivi; nel caso coloro ai quali si ricongiunge siano già cittadini italiani, potrà restare sul territorio con permesso per ricongiungimento, fino all’ottenimento dei requisiti per fare anch’egli richiesta di cittadinanza
Per tutte queste categorie, dopo il decimo anno di permanenza sul suolo nazionale con regolare permesso di soggiorno la persona migrante potrà richiedere la cittadinanza italiana. Chiaramente chi giunge per motivi di studio dopo un certo numero di anni terminerà il suo percorso: potrà a quel punto rimanere per trovare lavoro, o magari perché nel frattempo si è innamorato e desidera costruire una famiglia. Lo stesso può valere per chi sceglie di venire in Italia a curarsi.
La lunghezza di questo tempo di attesa, pari a dieci anni, è certamente arbitraria, ma per chi scrive è altresì congrua con una reale e convinta volontà di entrare a far parte di una comunità, fatta di diritti e doveri. L’unica cosa che potrà essere d’ostacolo all’ottenimento di questa cittadinanza, così come alla permanenza sul suolo nazionale in generale, è aver subito condanne penali. Se la persona migrante viene condannata da un tribunale italiano, una volta scontata la pena verrà immediatamente rimpatriata. Se giungerà in Italia con condanne penali da scontare, verrà respinto solo se sono condanne per reati previsti anche dal nostro codice penale. Il tema del diritto penale e della pena, così come della reclusione in carcere, è uno di quei temi fondamentali che verrà trattato in un altro articolo, perché si possa effettivamente dare a chi legge l’immagine di un sistema coerente con i valori di fondo dell’ideologia che ispira queste proposte. Questo approccio può sembrare eccessivamente autoritario e securitario, ma essendo un tema delicato non è detto che le etichette e le definizioni comuni siano corrette, motivo per il quale qui è solo accennato e verrà ripreso nella sua complessità in un secondo momento.
Quanto detto finora varrà anche per coloro i quali faranno richiesta di protezione internazionale con lo status di rifugiato, ma la fattispecie richiede un esame diverso e particolare: coloro i quali faranno domanda per esercitare il diritto d’asilo saranno automaticamente accolti sul territorio e otterranno lo status di rifugiato nel momento in cui sarà verificato che provengono da paesi in cui non vengono rispettati tutti i diritti e le garanzie che la Costituzione italiana prevede per i suoi cittadini, nonché tutti i diritti e le garanzie a tutela della dignità umana previste dalle carte internazionali dei diritti umani che l’Italia ha sottoscritto. Questo permesso di soggiorno di lungo periodo come rifugiato avrà la durata di 5 anni, rinnovabile per altri 5, convertibile anche in permessi diversi quali permesso di lavoro o di cura allo scadere di questi. L’elenco dei paesi “non sicuri”, per riassumere il concetto, sarà stilato in tempo reale dai ministeri nazionali competenti, sulla base degli eventi bellici, delle carestie, delle siccità, degli sconvolgimenti naturali, delle epidemie, delle persecuzioni per i più svariati motivi e via dicendo, di cui di volta in volta il governo italiano verrà a conoscenza tramite le sue reti informative. Questo eliminerà una quantità enorme e inutile, quanto costosa, di passaggi burocratici. L’umanità è un valore molto più importante del potere di controllo e selezione all’ingresso di una Repubblica che si dica democratica e libera. Sappiamo, ad esempio, che in Libia, in Sudan o in Siria non sussistono le condizioni per molte persone di vedere garantiti i propri diritti come esseri umani, ancor prima che come libici, sudanesi o siriani. Dunque, non c’è bisogno di fare interrogatori o casting spesso lesivi e intrusivi, lo status di rifugiato e la protezione vanno garantite senza se e senza ma, immediatamente. Una volta inserite queste persone nei percorsi di accoglienza, sarà cura degli enti preposti alla loro gestione aiutare queste persone nel loro inserimento nel tessuto sociale del territorio, creando le condizioni di una loro indipendenza e autonomia complessiva nel più breve tempo possibile. Questi enti gestori devono essere parte della pubblica amministrazione o possono essere enti di diritto privato come oggi? Io credo che per un settore così importante e delicato, coloro i quali lavorano devono sapere che rappresentano la Repubblica e la Costituzione italiana, dunque è bene che siano lavoratori del settore pubblico direttamente assunti.
Per coloro i quali non provengono da uno dei paesi nell’elenco dei paesi non sicuri, oltre a poter richiedere il permesso di soggiorno per altri motivi, come quello per lavoro, sarà data la possibilità di vedere analizzato il proprio caso da una commissione competente, la quale deciderà se l’eventuale richiesta di protezione internazionale potrà essere accolta ugualmente.
Per quanto riguarda i minori non accompagnati, credo sia giusto predisporre dei percorsi specifici di accoglienza che prescindano da alcun criterio restrittivo, fondati sui principi costituzionali e internazionali a tutela dell’infanzia, come già oggi avviene. Al tempo stesso ritengo utile, a partire dal sedicesimo anno fino al raggiungimento della maggiore età, accompagnare il minore verso una scelta consapevole rispetto a quale tipo di permesso di soggiorno o permesso d’asilo richiedere una volta adulto, sulla base dei suoi bisogni, delle sue aspirazioni e delle sue possibilità. Qui il compito di educatori e servizi sociali sarà davvero centrale, perché a loro spetterà il compito fondamentale di accompagnamento del minore verso lo sviluppo di una maturità e di una consapevolezza sulla propria condizione, nonché di speranza per le proprie prospettive future.
Infine, su cosa concentrare le risorse destinate ai percorsi di accoglienza? Io credo sia necessario concentrare le risorse sul sostegno economico iniziale e nella ricerca di un lavoro dignitoso e di una casa, nell’alfabetizzazione e nell’inserimento in percorsi di cura tramite il Servizio Sanitario Nazionale e gli altri servizi del territorio, ove necessario. Il tutto volto al più rapido ed efficace ottenimento dell’indipendenza dei soggetti migranti. In secondo luogo, risulta certamente importante inserire le persone in reti sociali sane, tramite l’impegno dell’associazionismo locale e delle realtà di volontariato. Questo può essere fatto direttamente con fondi nazionali e sostenuto dallo sforzo organizzativo degli enti gestori, dei loro operatori e professionisti. Tutto il resto è giusto che siano i singoli territori e comuni ad occuparsene, con fondi propri e sulla base di iniziative legate alle reali opportunità delle realtà locali. Ci sono infatti persone che vivono nei centri d’accoglienza avendo possibilità economiche di molto superiori ai lavoratori stessi delle cooperative che si curano di loro, inoltre sono previste agevolazioni e coperture di spese che francamente non hanno motivo d’essere visto che spesso i beneficiari stessi dei percorsi d’accoglienza non sembrano interessati a farne utilizzo. Le persone migranti non vanno vittimizzate e non bisogna spingerle ad approcci assistenzialisti, anche perché loro per prime spesso desiderano divincolarsi da questa immagine che viene loro calata addosso. La gran parte di queste persone arriva in Italia col desiderio di vivere una vita maggiormente dignitosa grazie alle proprie risorse e desidera poterlo fare in un contesto di maggiore sicurezza, spetta a noi creare le condizioni perché questo accada, ponendo sempre al centro il loro protagonismo.