Il prezzo della libertà pt.2

Come ho già avuto modo di scrivere in questo blog, la libertà ha un prezzo: la solitudine. Più siamo liberi più siamo soli. La libertà che le nostre società inseguono, o meglio spingono gli individui ad inseguire, è proprio questa: conquista la possibilità di fare tutto ciò che ti pare smettendo di avere bisogno degli altri. Il mezzo sono i soldi, il successo, la notorietà. Ma è un inganno, perché quel tipo di libertà è fugace e autodistruttiva, oltre che moralmente e materialmente inaccettabile. E’ il modo in cui chi comanda mantiene lo status quo: venderci la favoletta dell’individualismo come la migliore strategia per il progresso della comunità, quando è vero esattamente l’opposto.

In realtà, in Europa e in Italia, non è questo il tipo di libertà che possediamo: non abbiamo la possibilità di fare tutto ciò che desideriamo conquistando il successo e il potere, tra poco spiegherò il perché, quanto piuttosto la libertà di scegliere fino a che punto accettiamo di pagare il prezzo della solitudine in cambio della libertà. Mi spiego.

In Italia lo Stato è padre padrone, punisce severamente i deboli, chiude un occhio coi forti, vuole comandare sulle nostre vite, sui nostri corpi, sul nostro tempo, trattandoci come bambini incapaci, mentre spesso manca colpevolmente nel ruolo di cura, sostegno ed educazione alla cittadinanza. Questo perché noi elettori per primi votiamo forze politiche che si comportano esattamente così, che legiferano secondo questa chiave di lettura, che non ci trattano come i depositari del potere politico ultimo che noi deleghiamo alla classe dirigente, ma come dei servi sciocchi che vanno in parte ammansiti e in parte bastonati. Un modello di Stato per me molto inquietante e malato, che ha ripercussioni gravi innanzitutto sulla salute mentale della nostra società.

Dunque, non siamo liberi di inseguire felicità, fama, successo mettendo in gioco le nostre capacità, i nostri talenti e le nostre ambizioni. L’ascensore sociale si è rotto: 99 volte su 100, chi oggi è ricco e vive una vita fatta di benessere lo deve al fatto di essere nato in una famiglia ricca e vissuta nel benessere. Quello che gli elettori-lavoratori fanno quando vanno a votare, oggi, è piuttosto scegliere il loro aguzzino di turno. Oggi c’è il generale Vannacci sulla cresta dell’onda, che incarna perfettamente il modello dello Stato che è padre e padrone delle nostre vite, lo sentite chiaramente nei suoi discorsi. Lui pensa di sapere cosa è più giusto per tutti e tutte noi e chi non si adegua verrà sistemato. Come diceva Mussolini, le masse sono come le donne, desiderano essere possedute e domate. Questa è la concezione che incarna il generale, non ne fa certo mistero.

Per concludere, quindi, la libertà che noi oggi esercitiamo è quella di scegliere quanta libertà concedere a noi stessi tramite l’intercessione della (cattiva) politica: in Italia normalmente preferiamo incatenarci da soli, votando gente che professa e applica la visione dello Stato padre padrone, fondato sulla sfiducia negli elettori-lavoratori.

Maggiore è il grado di libertà che scegliamo, maggiore sarà il grado di solitudine, ma noi italiani siamo dei mammoni con modelli relazionali tossici, preferiamo avere qualcuno che ci consideri anche trattandoci male piuttosto che sentirci soli (certo, l’alternativa migliore sarebbe un’altra). Qualcosa forse sta cambiando nelle nuove generazioni, che scelgono più facilmente la solitudine e la libertà piuttosto che la gabbia, seppur dorata.

Maggiore libertà, dunque maggiore solitudine, dunque maggiore responsabilità: tuo il corpo, tua la scelta, tue le conseguenze, per riassumerla. Una dimensione della libertà che, ad esempio, molte giovani donne professano e pretendono ma che non si vogliono accollare del tutto. Parlo della mia esperienza personale, in questo caso, non è un giudizio politico o morale sull’intero genere femminile. Diciamo che l’educazione alla libertà derivante dal femminismo, che ha enormi meriti e pregi come ideologia, non sempre arriva a completare la sua opera in alcuni soggetti femminili, le quali si appropriano dei benefit senza volersi sobbarcare anche i costi. E chiudo qui la parentesi polemica.

Io, per me stesso e per tutte noi, auspico uno Stato che sia un aiutante, un co-protagonista, un supporto e una tutela. Sono disposto a scambiare un pizzico di libertà soltanto per la sicurezza che può e deve darmi un forte stato sociale, uno Stato che metta al centro la cura e non la repressione. Uno Stato composto da funzionari che comprendano il mandato provvisorio e l’alta responsabilità della delega che hanno ricevuto da noi, il popolo sovrano, che non se ne approfittino e agiscano con disciplina e con onore.