Premessa, classica e tipica in questi casi: io non sono un educatore, non ho studiato né ho sviluppato alcuna professionalità a riguardo. Eppure, negli anni, ho assunto in più situazioni un ruolo di carattere pedagogico nei confronti di bambini e adolescenti, maschi e femmine, di diversa origine ed estrazione sociale. Ho cresciuto un fratello più piccolo e i suoi svariati amici, ho fatto l’animatore estivo volontario per molte estati consecutive nel campo solare della parrocchia del mio quartiere, ho allenato squadre di calcio giovanili delle periferie, ho lavorato in una comunità penale minorile e ho avuto altre piccole esperienze a contatto con i più giovani. Infine, sono stato ragazzino anche io, cosa che ha un peso significativo quanto più la tua infanzia è stata vissuta lontana dagli agi e dalle comodità della buona borghesia del centro città. Venendo dai quartieri ho poi avuto accesso a questi stessi ambienti appena citati grazie alla mia ferrea volontà di frequentare il liceo classico. Quella è stata la mia più grande fortuna, la porta di accesso ad un mondo di maggiori stimoli, maggiori opportunità e grandissima apertura culturale. Infine, l’università ha completato la mia formazione con la felice complessità e la fitta ramificazione di interconnessioni di reti sociali tra le più disparate, andando ulteriormente ad allargare i miei orizzonti. Insomma, io il piccolo universo bolognese lo conosco tutto, conosco tutte le sue sfumature e le sue criticità. Conosco i quartieri e il centro: il disagio, la povertà, l’emarginazione ma anche la ricchezza, il lusso, le comodità e i vizi della borghesia.
Quando ero piccolo si narrava delle gesta della bande giovanili, gruppi di scapestrati che tra la Barca e il Pilastro se le promettevano e se le davano di santa ragione. Sulla mia pelle, posso dire che sono stato bullizzato in tutti i contesti della mia infanzia che ho frequentato. Tutti. Non se ne salva uno. Dalle scuole elementari alle medie passando per le attività sportive pomeridiane, i giochi nei parchi del quartiere, le partitelle di pallone al campetto. Ovunque ero preda dei bulli, perché ero piccolo, abbastanza silenzioso e introverso, fragile sicuramente. Sono stato umiliato in molti modi, sono stato picchiato in cortile durante la festa delle scuole medie da un bullo che mi ha perseguitato per molti mesi, anche fuori da scuola. Fino a che non ho chiesto l’intervento di mio padre non si è placato, a quel punto ha capito che mi ero arreso: il coinvolgimento del genitore significava che il bullo aveva ottenuto il risultato che voleva, terrorizzarmi a morte. Una sorta di codice non scritto. Da quel momento, tra l’altro, cambiò totalmente atteggiamento, divenne quasi protettivo. Infine, io ho conosciuto da vicino il disagio vero, che nel mio quartiere era rappresentato da una famiglia nello specifico, di cui non scriverò nessun riferimento per rispetto: ogni tanto li vedo ancora passare, anche se un componente è sparito da un pezzo. Con i miei occhi ho assistito alle scene più raccapriccianti che riguardano i componenti di questa famiglia, cose difficili da raccontare. Insomma, ho parecchio pelo sullo stomaco. La violenza nella mia esistenza non è mai mancata, il disagio quello vero l’ho vissuto sulla mia pelle. Sapevo i posti in cui si poteva e non si poteva andare a seconda dell’orario, sapevo da chi stare alla larga e chi “rispettare”. Non serviva la trap, i social, il dissing di turno, bastava il cortile fuori da scuola, il parco, la piazzetta. Ci conoscevamo tutti, direttamente o indirettamente. Le leggende correvano sulla bocca di tutti. Le vicende più assurde venivano bisbigliate alla presenza di questo o quello. Le ragazze più belle del quartiere erano l’oggetto del desiderio ma anche del giudizio, ammantate di un fascino proibito e peccaminoso. I ragazzi di seconda generazione dei quartieri, che quando ero cinno io erano principalmente albanesi e rumeni (oggi perfettamente integrati), si contavano sulle dita d’una mano e tutti sapevano quelli che comandavano nel giro delle loro amicizie. Avrei da dire e raccontare talmente tante cose che potrei scrivere un racconto a riguardo, ma andiamo al punto.
Nonostante queste esperienze devastanti per la psiche di un bambino (infatti ne porto i segni ancora oggi), seppure molto formative, io non ho mai e dico mai avuto paura che qualcuno mi accoltellasse in mezzo alla strada. Non ho mai temuto di essere accerchiato da cinque, dieci o più miei coetanei e picchiato senza motivo, derubato di quel poco che avevo. Tutte le situazioni che ho vissuto e visto avevano un contesto, una logica per quanto assurda e degradante. Nella difficoltà, nel dolore, nella noia, nell’assenza di stimoli che certe persone hanno vissuto a poche centinaia di metri da dove vivevo io, queste stesse persone non hanno mai trovato la giustificazione ai loro comportamenti, non hanno mai passato un certo segno. E vi assicuro che alcuni erano cattivi e incazzati: ancora una volta evito di raccontare storie per rispetto, ma certi regolamenti di conti sono ormai mitologia del quartiere.
Quando leggo le notizie sulla criminalità minorile di oggi capita ogni tanto che mi imbatta anche in certi commenti buonisti e privi di ogni fondamento: questi ragazzi andrebbero capiti, accolti, amati, perché non sono cattivi, sono solo fragili, spinte in errore dalla durezza delle loro vite. Voglio dirlo forte e chiaro, senza fraintendimenti: non c’è nessun disagio da sfogare nel girare col coltello e tirarlo fuori alla prima mezza occasione! Non c’è nessun disagio da guarire se si concepisce la strada come un’arena in cui tutto è concesso, imponendo la legge del più forte tramite la violenza fine a sé stessa! Non c’è nessuna giustificazione verso chi ferisce a morte o provoca danni irreparabili a propri coetanei, a donne anziane, ai genitori di un rivale, a uomini e donne incontrati per caso, magari in cinque o in dieci contro uno! Non c’è nessuna emarginazione da cui fuggire quando si attacca sempre e solo chi è più debole! Non c’è nessuna cattiva cultura delle relazioni se si commettono violenze sessuali e stupri di gruppo! Tutti questi sono solo l’esempio di arroganza, vigliaccheria, maleducazione, disprezzo per l’altro e per sé stessi, criminalità comune e volgarità! La devono smettere di trovare sempre una scusa buona per tutelarli! La devono smettere, soprattutto se hanno ruolo nelle istituzioni, di passare dalla repressione dura e pura al pietismo e al buonismo. In mezzo c’è un mare ed è lì che risiede la migliore interpretazione contro questa gente. A volte non c’è nient’altro da fare o da dire se non punire severamente agendo preventivamente, perché le forze dell’ordine hanno tutti i mezzi per bloccare certi soggetti prima che commettano danni. Li conoscono perfettamente e, come dimostrato di recente, con un’efficace azione di controllo si possono intercettare e fermare prima che commettano altri danni irreparabili. Queste persone, questi ragazzi, hanno il culto della violenza e sono ormai troppo grandi per essere rieducati: o lo capiscono con le “buone” e si raddrizzano con un discreto sforzo di buona volontà o bisogna andarci giù pesante, senza sconti e senza giustificazioni, perché sono estremamente pericolosi e non possiamo rischiare che altre vite, oltre a quelle che hanno già incrinato, ci vadano di mezzo. Non è possibile che chi se ne deve occupare ne faccia un discorso di etnia (quindi un discorso razzializzante a priori) o, viceversa, analizzi sempre tutto con la lente del disagio sociale e dell’empatia. Non c’entra assolutamente nulla la provenienza delle famiglie, ma non credo neppure che questi ragazzi abbiano provato empatia quando hanno accoltellato, storpiato, ucciso o stuprato le loro vittime. Perché dovremmo provarne noi per loro? Per queste persone purtroppo non si mobilitano le piazze, perché vengono considerate vittime meno importanti, come se la distruzione delle loro vite fosse un danno collaterale del sistema malato in cui viviamo. Tutti viviamo in quel sistema, tutti patiamo le storture che ricadono sulla nostra pelle, ma non tutti giriamo armati, pronti a qualsiasi cosa pur di dimostrare di essere i più forti. E, soprattutto, nessuno merita di finire oggetto della violenza di queste merde impunite. La loro incultura e i loro disvalori sono associabili a quelli delle prime squadracce fasciste, sono camicie nere senza indottrinamento e senza ideologia alle spalle, per questo probabilmente ancora più pericolosi. Come tali vanno trattati.